Beato Francesco Spoto, Superiore Generale
della "Congregazione dei Missionari Servi dei Poveri - Boccone del Povero", fondata dal Beato Giacomo Cusmano
il 21 Novembre 1887

 
   
 
 

 

 
 

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L’uomo colto


Padre Francesco Spoto a Luordes

 
Dalla lettura degli scritti di Padre Francesco si sono ricavati dati più che sufficienti a fornire un quadro realistico della sua figura spirituale ed umana. Inoltre, essi hanno rafforzato la convinzione e il giudizio formulato su di lui dai testimoni de visu del suo breve passaggio terreno. Ed è naturale: si è avuto il privilegio di attingere notizie, fatti e particolari di primissima mano.
C’è un’altra dimensione che da essi si rileva: le sue doti di accorto nocchiero della Congregazione attraverso molteplici vicissitudini spirituali e materiali, tanto di ordinaria quanto di straordinaria gestione . Si è colta, inoltre, un’ansia della verità, della giustizia ed anche un’estrema onestà intellettuale: elementi questi che si traducono in una incessante ricerca di zone di interrelazione con il mondo circostante. Ecco, se c’è una cosa che può provocare l’ansia alla quale prima si accennava, è il dubbio di riuscire a mantenere sempre sgombri i canali di comunicazione oppure che qualcuno potesse approfittare del suo tratto signorile scambiandolo per mera ingenuità, timidezza o, addirittura, remissività o inadeguatezza al compito. E noi sappiamo che non era così.
Si avverte in alcune sue lettere (tra le righe: è il caso di dirlo) la preoccupazione di non avere tempo per realizzare un suo progetto: non certo per autocompiacimento o per l’orgoglio di legare il proprio nome ad un’opera che gli sopravviverà , ma perché una Congregazione più grande e più capillare moltiplichi la cusmaniana carità “senza limiti”.
Padre Francesco, quasi presago, ha fretta di vedere, ascoltare, conoscere, toccare con mano, rendersi conto, esclusivamente perché “sente” che il “tempo per” è troppo lungo oppure troppo breve . Ciò sia perché la sua tendenza alla “perfezione” non si estrinseca soltanto in ambito spirituale (in senso stretto), ma anche in ambito intellettuale ed operativo.
Ma, attenzione: questa sua ansia, il “sano dinamismo” (come egli stesso lo definiva), non scade mai in una retorica esibizione di zelo, in voglia di tuffarsi in opere esterne al ministero, per quanto buone esse siano .
Padre Francesco si prefigge in via prioritaria questo obiettivo: proseguire decisamente nel solco cusmaniano, avendo cura d’interpretare con “fedeltà” e “completezza” il suo carisma. Sa che solo così la “laboriosa ricerca”, ed il suo appassionato - ma ragionato - impegno lo porteranno a trovare “la soluzione del lungo e laborioso travaglio” .
Per arrivare all’obiettivo, evita di identificare il proprio ministero esclusivamente con la cura delle anime ed evita altresì di ritenere preminente l’impegno esterno. Insomma, cerca di non essere un “prete del sacramento” (o “spirituale”, ovvero “pìano”: da Pio X), ma neppure un “prete del movimento” (o “sociale”, ovvero “leoniano”: da Leone XIII, il Papa della “Rerum Novarum” del 1891) .
Queste due “anime” furono certamente presenti in lui. Farle coesistere e convivere armonicamente (e coesistere e vivere in pace con ambedue) non fu impresa facile. Da un lato le istanze, i richiami, i segnali, le sollecitazioni che vengono da una società di poveri e di ricchi, con un mare di ingiustizie e di disuguaglianze, nella quale bisogna adoperarsi senza risparmio di energie e di tempo, nella speranza di erigere una diga contro quel mare e rendersi conto che, comunque, la lotta è impari; dall’altro, il richiamo “del chiostro”, con i problemi della pacificazione di un animo giovane e quindi facile alle emozioni ed alle passioni, da custodire con la preghiera, da mortificare con le rinunce e le privazioni.
“Uscita di sicurezza” per lui si rivela la sua statura intellettuale che gli consente, di fronte a problemi come quello sociale di andare “oltre”, di operare la sintesi e subito dopo tuffarsi in un’altra opera mosso dal suo incessante dinamismo. La natura umana ama l’ozio, il dolce far niente e il lusso, ma la grazia non fa stare inerti e spinge ad abbracciare la fatica. Santa Caterina scriveva (lettera XXII): «Il tempo ci è tolto tra le mani, che l’homo non se ne avvede». A dimostrazione di ciò, mi sembra di poter affermare che ogni cosa: la cultura, l’insegnamento, le sue legittime aspirazioni di aggiornamento, di lettura, di approfondimento, tutto insomma egli subordinava all’ideale centrale della propria vita al quale aveva votato se stesso: seguire Gesù.
«Questo è il più grande ideale: seguire, amare Cristo Sacerdote - Servo dei Poveri» .
C’è un pensiero piccolo piccolo di un cervello grande grande: “la scienza senza la religione è zoppa!...” (Albert Einstein). Infatti la cultura è concepita da Padre Francesco come strumento di promozione umana e sociale e di riscatto delle profonde sacche di arretratezza tipiche del meridione. Cultura, sapere, fede da porgere a tutti, in primo luogo alla gente semplice, la quale merita più attenzione delle persone erudite. Da qui la necessità di parlare e scrivere “semplice”.
Se Padre Francesco si ordinava gli articoli e le prediche con tale precisione, non lo faceva, dunque, perché era pignolo e incredibilmente minuzioso: agiva così per raggiungere l’obiettivo della divulgazione e della formazione. È vero, anche, che conosceva e sapeva usare bene l’arte della comunicazione: l’attenzione di un uditorio all’oratore si distribuisce non uniformemente nel tempo, anche breve, ma secondo un andamento parabolico, cioè secondo la “curva di attenzione”. È inutile tirare un discorso troppo per le lunghe. Una massima, impreziosita dal tempo, ammonisce: “l’eloquenza è un ritratto del pensiero; perciò quelli che, dopo aver dipinto, vi aggiungono ancora qualcosa, fanno un quadro, invece di un ritratto”.
Questo è un esempio di come Padre Francesco seppe strutturare un’omelia, ma vale per qualsiasi altro tipo di comunicazione verbale (orale o scritta). E per la novena di Natale 1961, ripete l’annunzio dell’Angelo:
Evangelizo vobis gaudium magnum: natus est vobis Salvator.
Così gli Angeli ai pastori.
Il Natale ci porta una grande gioia nell'intimo del cuore e la Chiesa stessa c'invita a partecipare a questa letizia spirituale. “Laetentur caeli et exultet terra ante faciem Domini, quoniam venit”.
Per tutti il Natale è una festa piena d'incanto e di poesia: lo è per i bambini che se ne stanno cogli occhi spalancati dinanzi al presepio a contemplare la povera grotta; lo è per i grandi per i quali il Natale è il tempo dei più dolci ricordi, che affiorano dal profondo, portando con sé la ghirlanda delle cose più pure e più gentili della vita. Dinanzi alla culla, dove si contempla e si adora il mistero della Vita divina che ha preso forma umana, si sente il fremito di una vibrazione religiosa, si prova un insopprimibile desiderio di bontà, un bisogno di pace, un’aura di rinascita, che dà un brivido di giovinezza.
In questa festa c'è qualche cosa di grande, di misterioso, di sempre nuovo che attira; vi è soprattutto una certezza che agisce con un meraviglioso potere di pacificazione e di trasfigurazione.
È la certezza della rinascita del Redentore. In quel tempo uscì un editto...
(esporre tutto il vangelo: viaggio di Giuseppe e di Maria SS.) Quel viaggio da Nazaret a Betlem è un cammino sulla strada del mistero; è la conclusione del cammino dei secoli: tutta la storia vi confluisce, come ad una meta obbligatoria, desiderata, sofferta, anche se ignota.
In occasione di questo viaggio, in una grotta dei dintorni di Betlem avvenne lo storico evento: è nato il Redentore. I primi a riceverne la notizia sono i pastori, gente povera e rozza, che vegliavano nei campi a far la guardia al loro gregge. L'angelo disse loro:...
E nella grotta si udì un canto celeste...
Queste sono le parole della nostra infanzia, le parole che la Chiesa continua a ripetere nella notte di Natale, come per dare un senso alle attese umane sempre nuove, come per accendere in mezzo alla fitta oscurità un fuoco di speranza.
Natus est vobis hodie Salvator: è nato... Può pervadere i cieli un canto di gloria, può scendere sulla terra una certezza di pace. Questa è la grande gioia di Natale .

L’attività giornalistica gli era molto congeniale ed egli se ne serviva come di un prezioso strumento, funzionale al suo progetto educativo. Dalle pagine del periodico del Boccone del Povero “La Carità”, soprattutto, gli è facile raggiungere un pubblico più vasto di quello che lo ascolta nelle varie prediche qua e là. Con i suoi scritti, inoltre, riconduce le problematiche del quotidiano alle esigenze di valori che sono alla base dei suoi progetti od obiettivi. Dai suoi articoli, infine, egli sa che i lettori possono trarre occasioni e motivo di riflessione.
Fa di tutto affinché soprattutto i giovani leggano il periodico del Boccone del Povero, perché aspira a tenere alta in essi la tensione religiosa e civile. È questa un’altra delle sue ansie: già avverte (e ne prevede le conseguenze), l’onda negativa di riflusso di una cultura troppo meccanicistica, materialistica perché egoistica, ovvero la crescente disaffezione dei giovani ai valori trasmessi dalle generazioni precedenti, fino al loro totale rifiuto.
È la sua una palestra di “educazione”, di formazione permanente, è un processo attraverso il quale il sapere si fa cultura, nell’accezione antropologica più ampia del termine.
Vuole che il Periodico del Boccone del Povero sia sempre più bello, più ricco, più rispondente alle esigenze della Congregazione, in una parola efficace.
Per farci un’idea di “scaletta” di un numero del Periodico “La Carità” abbiamo trovato tra i suoi appunti questa, che riguarda il bimestre gennaio-febbraio 1962, in uscita alla fine di febbraio, così, almeno, egli spera e crede:
Bollettino
Potrebbero scrivere:
1) P. Sucato: Piazza tredici vittime.
2) P. Mosca: Palatina (argomenti religiosi)
3) P. Rocco: Casa del Clero: Scrittura.
4) Cesare Castellano: Via Tasso, 114. (Sociologia economia)
5) G. Micciché: del Popolo Piazza Florio.
6) Avena: Missionologia.
7) Dolcimascolo.

Rubriche
1 La parola del Papa.
2 Un santo: ogni due mesi: prenderli da Bargellini e dalla Enciclopedia cattolica.
3 Una rubrica liturgica (?)
4 I luoghi storici della vita e attività di Padre Giacomo Cusmano.
5 Vita della Chiesa: sintesi degli episodi più rilevanti della attività contemporanea della Chiesa nel mondo.
Gennaio febbraio 62. (fine febbraio) .

È da leggere in quest’ottica lo scambio di corrispondenza con i collaboratori, non residenti a Palermo, tra i quali una posizione di preminenza occupa il già citato Dolcimascolo, studente di teologia al Collegio Cusmano, molto dotato intellettualmente e culturalmente oltre che già latinista affermato.
Padre Francesco continua a suggerire, a chiedere o sollecitare articoli, a esprimere valutazioni sugli stessi, a chiedere consigli o critiche costruttive.
In proposito due lettere sono esplicative. Palermo 10 gennaio 1962, al Dolcimascolo:
Facile demolire senza l'impegno di ricostruire! A furia di ritenere che questo non è necessario, quello non è conveniente, per l'altro non è il caso, il bollettino è rimasto senza articoli.
1. Il primo problema da porsi è quello di riempire, non dico in qualunque modo, ma riempire con argomenti che si adattino, purché a carattere religioso-formativo e fatti bene.
Devi inoltre pensare che il bollettino non può vivere solo di P. Giacomo e della nostra cronaca, poco estesa e monotona; per continuare la sua esistenza.
2. deve abbracciare altri argomenti, necessariamente: argomenti di carattere religioso, sociale, ascetico, agiografico, missionologico, in maniera che ci sia un po’ di varietà. Ai tuoi amici devi chiedere quindi argomenti del genere. Facciamo a titolo illustrativo una serie di rubriche. […] Ed altre rubriche che voi potete suggerire, e che devono essere affidate sempre allo stesso soggetto.
3. Gli articoli devono essere brevi, facili, adatti insomma al pubblico che probabilmente legge il bollettino. Tra questi articoli possiamo inserire di tanto in tanto studi su P. Giacomo e cronache nostre .

È trasparente il riferimento alle “regole” del buon giornalista applicate e divulgate dall’americano John Pulitzer, celebre giornalista ed editore.
Altro esempio, la lettera del 4 dicembre 1961 allo stesso destinatario:
Degni di nota i tuoi rilievi per il bollettino! Speriamo che se ne possa tenere conto.
Cerca sempre di eliminare quel “vizio” d'interessarti delle cose che non ti appartengono, in questo caso tuttavia devo ringraziarti del pezzo del giornale .

Altre volte Padre Spoto, come ogni “direttore” serio, non risparmia tirate d’orecchio al “redattore” disattento e ritardatario: è il caso del contenuto di una lettera dell’11 maggio 1963:
«Ho cercato in tipografia il bollettino maggio giugno ma con mia amara sorpresa non ho trovato nulla. Ho sentito che l'hai riportato a Roma. Non mi avevi detto che l'avevi lasciato? Ci vuoi forse condannare a restare sempre indietro per la collaborazione pesante che ti abbiamo chiesta? Io non pretendevo e non pretendo affatto ciò: da voi desideravo solo due o tre articoli per volta. […]
Questa storia non può continuare: il bollettino deve uscire a metà di ogni bimestre; alla fine cioè del primo mese e all'inizio del secondo.
Se hai intenzione di lavorare, fammi quel che ti ho detto […] manda subito il materiale pronto per maggio giugno; dopo gli esami si possono fissare gli argomenti che puoi preparare tu, o far preparare, e quelli che si dovevano pure preparare a Palermo» .

Di Padre Francesco scrittore e giornalista ritengo non si possa formulare un giudizio definitivo: i suoi scritti (l’epistolario, le prediche, gli articoli, ecc.), sono relativamente pochi e quasi monotematici. Al contenuto fa riscontro, evidentemente, la forma. Lo stile varia a seconda del genere dove sta operando; varia a seconda del destinatario; varia in dipendenza di fattori intrinseci (stato d’animo) ed estrinseci (tempo, ambiente, eccetera).
Prendiamo il suo diario africano: balza agli occhi la differenza tra le prime e le ultime pagine, dalla prosa di largo respiro delle prime pagine, che riecheggia il periodare dei grandi scrittori dell’ottocento (Dostoevskij, Giovanni Verga), ma anche dei contemporanei (Papini, Fogazzaro, Bourget), con un frequente ricorso alle aggettivazioni e un sapiente uso della punteggiatura; alla prosa appena abbozzata, scarna, quasi tutta sostantivi e punti di sospensione, che non hanno nulla di sentimentale, ma che esprimono ansia, preoccupazione, angoscia e terrore, tipica delle ultime pagine.
Il suo stile, scorrevole, guida la mano che scrive negli stessi giorni a persone diverse e vibra per la carica affettiva e per il tipo di rapporto che lega scrittore e destinatario.
Prendiamo, ad esempio, un paio di lettere alla mamma. Ebbene, l’uomo colto, capace, come si vedrà, di usare un vocabolario ricco per terminologia e per sapienza espressiva, scende con delicatezza al livello del dialogo affettuosissimo, che profuma ancora del lessico che si usa in ambiti molto ristretti e ricchi di calore come la famiglia:
[…] Di ritorno a Palermo io ho trovato una cartolina illustrata di Pino, scritta da Bari. Ci siamo visti a Palermo il 26 dicembre, nel pomeriggio. […] Siamo partiti insieme, con due treni diversi però. […] Son tornato ieri sera, perché passai la mattinata a Trapani per visitare la città. Alle 3 poi del pomeriggio partii con la littorina e alle 5 e mezzo fui a Palermo.
Sto bene in salute e così auguro per tutti. Tanti saluti ai parenti.
Suo aff.mo figlio Francesco .

Da notare l’uso del passato remoto, descrittivo di accadimenti di poche ore prima, che è tipico del linguaggio corrente e familiare della gente di Sicilia.
In una successiva lettera inviata da Palermo a Raffadali il 28 febbraio 1961 viene fuori tutta la tenerezza e il gusto delle cose semplici, vissute con semplicità e naturalezza, che il figlio confida alla mamma, dandole del “lei”.
A scrivere non è il Superiore Generale ma è l’“affezionatissimo Franco”, che è molto contento di mandare alla mamma alcune foto recenti, testimoni di un lungo viaggio. È una prosa sciolta, essenziale, povera di fronzoli, ma ricca di cose importanti: affetti, stima, rispetto, piccoli segreti familiari, voglia di sapere e scambiarsi attraverso gli auguri il calore di una carezza.
Voltiamo pagina e torniamo con Padre Francesco a Biringi: è il 15 agosto 1964. È da pochi giorni arrivato in missione. Non parla e non comprende quindi la lingua dei parrocchiani: eppure essi a centinaia gremiscono non solo la chiesa ma ogni spazio esterno utile per vedere da vicino il “grande Padre” venuto dalla Sicilia. Padre Francesco fin dall’alba è come bloccato dalla commozione e cercherà, finita la cerimonia, di raccontare, quasi con una tecnica cinematografica, il succedersi delle immagini, dei “fotogrammi”. Cercherà di imprigionare le commozioni dell’animo (e quindi sarà un discorso di introspezione psicologica) e tutta la giornata trascorsa con i suoi nuovi figli. Ascoltiamolo in questa lettera alla mamma, alcuni giorni dopo l’Assunta:
La festa dell'Assunta si era annunziata già parecchi giorni prima: visite ai villaggi per le confessioni, prove di canto e di chierichetti, trattamento di tutte le strade. La vigilia i nostri sacerdoti hanno confessato per tutta la giornata fino a tarda sera, mentre io ammiravo meravigliato quel continuo e ordinato viavai di persone, uomini e donne, che venivano per accusare i propri peccati e quindi tornare alle loro povere capanne riconciliate con Dio .
Questo nel campo della decima musa, cioè della cinematografia, si chiama mettere “l’obiettivo in campo lungo”: si incomincia ad inquadrare dal contesto per poi passare al paesaggio, e alle persone che lo affollano.
L’Assunta in un angolo di foresta. L'altare è odoroso d'incenso, che in lente e larghe volute sale al cospetto dell'Altissimo come un inno di lode e di ringraziamento. Fiori dai colori sgargianti fanno sfoggio della loro bellezza, tra candelieri argentei, incoronati da una ondeggiante fiammella. Un coro di voci melodiose echeggia nell'aria, Et in terra pax hominibus bonae voluntatis... È l'inno angelico, che, accompagnato dalle note sonore dell'harmonium, si diffonde per la chiesa con la gioiosa festività, con cui fu cantato la prima volta nel cielo di Betlem.
Il mio animo si apre alle bellezze del soprannaturale e si dispone devotamente alla rinnovazione del sacrificio della croce. Il canto intanto si fa più solenne, più melodioso, penetra profondamente nel mio animo e mi solleva in alto, in un'estasi mistica che mi distacca dalla realtà circostante .

Il discorso è ancora descrittivo, lo spettatore-autore-cineasta, non vuole perdere né far perdere neanche un accento di quanto sta accadendo, e che accadrà. Quasi vive una situazione surreale (ed infatti lo dice: «[…] mi solleva in alto, in un’estasi mistica che mi distacca dalla realtà»).
Vedo i nostri cari seminaristi in tunica nera e cotta candida, aggirarsi fervorosi e compunti intorno all'altare; vedo i nostri religiosi dirigere i canti o accompagnarli col suono dell'organo; contemplo estasiato le arcate maestose della nuova chiesa, che pendono dall'alto come tante frange dorate. La messa continua: il canto del vangelo, l'incensazione, il panegirico.
“Lerò azàli Assumpziòn Mamà na Nzambe mpé bissu lokòla...” (oggi è l'assunzione della Madonna santissima al cielo).
Quel suono duro e aspro colpisce il mio orecchio e mi sorprende: Nzambe azàli... ionso...
Cos'è questa lingua strana? mi domando. Mi ridesto dall'estasi, volgo lo sguardo all'intorno in cerca dei volti noti dei nostri seminaristi e dei nostri religiosi; alzo gli occhi per osservare le arcate della Chiesa...
Sono fuor di me: vedo uno spettacolo diverso da quello ammirato in un momento di estasi! Vedo volti sconosciuti, volti scuri, volti neri quasi come il carbone, capelli crespi, vedo un tetto di bambù sopra la mia testa, vedo colonne screpolate color di fango, che sostengono rudimentali capriate di travi nodosi .

Qui il protagonista agisce in una situazione laterale: si racconta come se non vivesse direttamente la vicenda.
Per restare nell’analogia cinematografica, è una sorta di “play-back”, con “voce fuori campo”.
Ritorno alla realtà! Non sono nella nostra bella chiesa di Palermo, ma sono nella missione di Biringi, nel Congo, sto celebrando la messa solenne dell'Assunta alla presenza di molti cristiani, convenuti per l'occasione anche da villaggi lontani 50 chilometri. Il canto continua lento e armonioso ad innalzarsi “per l'aere sacro”, mentre io continuo la santa messa con l'animo pieno di emozione, mista a un sentimento di timore e di riverenza.
[…] Il 15 agosto spunta con un fragoroso rimbombo di tam tam, il tamburo degli indigeni. Il cielo è nero, ma non piove. La gente comincia ad affollare la piazza antistante la chiesa e di buon mattino: abiti di festa dalle tinte vivaci svolazzano al fresco venticello del nord. In ordine e compostezza continuano le confessioni. Alle 9 la santa messa, che mi riempie l'animo di straordinaria letizia e mi fa esclamare con le parole del poeta Giusti: “Non credevo che in quelle cotenne, in quei fantocci esotici di legno musi diritti come fusi, potesse l'armonia fino a tal segno...” Non credevo veramente che una gente così arretrata da vivere ancora in capanne di fango coperte di erba, nonostante la ricchezza del terreno che la circonda, non credevo che potesse esprimere l'animo in sentimenti di lode e di ringraziamento a Dio, con un canto e con una devota compostezza, degni di anime consacrate a Dio!
In quest'angolo di foresta, che è circondata da fiumi e che era ripiena di bestie feroci, è sorto per merito dei nostri missionari, un centro di vita cristiana .

Tale era stata l’emozione, la commozione prodotta nel suo animo da quell’atmosfera così insolita, così diversa dagli schemi ai quali da sempre era abituato, che raccontò queste emozioni anche in un articolo che inviò in Congregazione e che fu pubblicato nel periodico “La Carità” .
La prosa ritrova lo stile sereno dalle cadenze ampie perché l’animo ha ricuperato la dimensione reale e razionale. Inoltre, la persona colta e dall’animo delicato, si concede anche una citazione poetica .
Questo vuol essere soltanto un saggio di un contesto abbastanza ampio e variegato per approfondire ed anche per trovare la conferma del lungo elenco di autori da lui letti e che costituisce il riferimento costante, oltre che la fonte, del pensiero, della formazione, della cultura spotiana.

 
 
 

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