Beato Francesco Spoto, Superiore Generale
della "Congregazione dei Missionari Servi dei Poveri -
Boccone del Povero", fondata dal Beato Giacomo Cusmano
il 21 Novembre 1887
l' uomo> la famiglia
Famiglia d'altri
tempi
Il neonato fu consacrato a San Francesco
Saverio e la buona mamma gli fece indossare
l’abitino votivo del Santo missionario, la
cui devozione fu completata con l’effigie
regalatale dal marito per le nozze.
La famiglia Spoto era seria, dignitosa,
dedita al duro lavoro, fonte dell’onesto e
sudato sostentamento.Non si può capire
Francesco senza suo padre e senza sua madre,
gente di fede semplice ma robusta, ottimi
educatori dei figlioli.
Tuttavia, neppure quella degli Spoto
sfugge al misteroche segna la sorte di ogni
famiglia: tre figli, tre doni di Dio alla
fecondità di mamma e papà Spoto.
Il capo famiglia, invalido della guerra del
1915-18, costretto a reggersi con grande
sforzo avendo la gamba sinistra anchilosata,
lavorava i suoi piccoli poderi per sostenere
la famiglia . Le magre entrate venivano
arrotondate da una modesta pensione di
guerra.
La madre provvedeva alla casa e
all’educazione dei bambini, che faceva
crescere accanto al marito, nella salute e
nella fede cristiana; ciò costituiva l’unica
sua preoccupazione. Francesco si riferirà a
questo archetipo quando parlerà o scriverà
sulla famiglia.
Il vero, unico bene della famiglia Spoto era
la profonda fede dei genitori. Nonostante la
stanchezza accumulata in sei giorni, la
domenica era papà Spoto ad accompagnare i
figlioli alla messa. Ogni mattina, ci
informa la figlia, la mamma si recava a
Messa. Non era una fede “erudita” quella dei
coniugi Spoto che non avevano avuto né il
tempo né la possibilità di studiare. Essi, a
contatto solo dell’indispensabile, erano
stati educati a credere nella presenza di
Dio accanto ad ogni uomo; a Dio sempre
ricorsero amandolo, adorandolo e
ringraziandolo anche a nome dei figlioli per
il pane quotidiano.
Quel pane quotidiano che baciavano prima di
portare alla bocca, o di riporre dopo il
pasto o che, se cadeva, raccattavano da
terra come un bene prezioso elargito della
Provvidenza, carezza della mano del Signore.
Questa usanza di baciare il pane è comune a
tutto il mondo contadino: non c’è bisogno di
scomodare la semiologia per individuare,
attraverso il semplice, silenzioso e mistico
segno, il nesso con il “Corpo di Cristo”.
Padre
Francesco con la mamma, il fratello
e la sorella
Padre
Francesco con il cugino
Padre Cufaro
Padre
Francesco con
la madre
Padre
Francesco con il fratello Giuseppe
in piazza San Pietro
Padre Francesco
benedice le nozze del fratello
.
I primi passi di Francesco ebbero come
terreno quella “vera” chiesa che è il
focolare domestico, dove da papà e da mamma
imparò a conoscere Dio, a pregarlo e ad
ubbidire lavorando.
Fin dalle classi elementari, Francesco si
distinse per la brillante intelligenza e per
uno spiccato interesse al sapere. Queste
capacità del bambino furono notate dal
maestro, e spesso anche la buona mamma con
meraviglia lo osservava, quando, alla luce
del lume a petrolio, cominciava presto la
sua giornata di studio.
In ogni tratto della sua vita si vedrà
chiaro il mirabile connubio della buona
semente col terreno fertile che produce le
messi abbondanti.
Scrive la sorella: «Francesco era come una
piccola pianticella nelle mani di Dio che si
ergeva diritta verso il cielo, sostenuta dal
faro della fede dei miei genitori, e nessuno
se ne accorgeva» .
Se quel bambino fu apprezzato dal maestro
per la sua spiccata intelligenza,
ugualmente, venne notata dal Parroco della
Chiesa Matrice l’elevatezza singolare del
suo spirito ed il suo naturale trasporto per
la liturgia. Dopo le elementari, il maestro
perorò presso i genitori il prosieguo degli
studi, mentre il Parroco ritenne opportuno
iscriverlo alla scuola del Seminario
Vescovile di Agrigento. Ma Dio non lo aveva
predestinato ad una Chiesa locale, bensì
alla Chiesa universale da amare e servire
con un cuore dilatato nel carisma del grande
palermitano Giacomo Cusmano.
Nel tempio domestico germina la vocazione i
cui primi segni apparenti sono una
propensione del piccolo Francesco al sacro,
soprattutto quando gioca, cioè quando compie
la cosa più importante per un bambino .
Forse il “pugno di terra” dove dimora il
seme, è il grembo della mamma, dove il
piccolo Franco ogni tanto, stanco, va a
poggiare il capo. In quei momenti di intima
felicità del rapporto esclusivo
madre-figlio, nelle parole semplici
accompagnate dalle carezze, il seme comincia
a morire per poi rinascere, sempre sotto gli
occhi più amorevoli di tutta la vita. Quel
che assolutamente urge è riservare ai
bambini di quell’età, la più delicata della
vita, un tenero colloquio con la madre,
senza il quale averli messi al mondo non
servirebbe.
Il sigillo, il segno dolce ed imperioso
della chiamata si imprime in lui in quegli
anni dell’infanzia e della prima adolescenza
in famiglia. In seguito Padre Francesco
Spoto, parlando della vocazione, userà
queste parole: Questo sigillo che non viene cancellato né
dalla morte, né dal peccato, né dall'eresia,
non è un segno qualunque, ma una realtà
trasformante che consacra l'essere stesso
del sacerdote e lo rende consacratore. Per
cui il sacerdozio, anche se non è
intrinsecamente legato alla persona del
sacerdote, è pur sempre qualche cosa del suo
essere, per una libera disposizione del
Signore. È più che un rivestimento
ufficiale, è una disposizione permanente che
permette a Dio di dire a ciascuno di noi
come al suo Figlio, meglio come ad un
prolungamento del Figlio: “Tu sei sacerdote
in eterno”.
Il mistero della vocazione è dunque il
mistero dell'unico sacerdote nel quale siamo
chiamati a diventar sacerdoti come Lui in
modo permanente, sacerdoti con tutti i
nostri atti, sacerdoti per stato, sacerdoti
prima di tutto, sacerdoti ad ogni istante. Essendo sacerdoti in Cristo, la nostra
missione è la continuazione, il
prolungamento della stessa missione di Lui .
Questo è il mistero nella vita di un uomo:
da una parte si sente libero, dall’altra si
trova di fronte una necessità che lo chiama
e gli dice: puoi essere quello che vuoi ma
soltanto se ascolterai me, questa voce che
parla (tu solo la senti e non puoi
amplificarla: nessuno la sentirebbe) non
potrai non ascoltarla se vuoi essere
autenticamente te stesso!
Come si diceva prima, è il Signore nella sua
imperscrutabile volontà a realizzare i
progetti a Lui cari: in questo caso a
continuare il colloquio con il giovanetto
Francesco.
Nella quaresima dell’anno 1936 si recò a
Raffadali, per un corso di predicazione
vocazionale al popolo, Padre Vitale Bruno,
Vicario Generale dell’Opera del Boccone del
Povero di Palermo. E qui si inserisce il
mistero di Dio che opera sempre
provvidenzialmente nella vita di tutti e di
ciascun uomo.
Il Parroco di Raffadali non si lasciò
sfuggire quella ghiotta occasione e così,
parlando, se ne uscì con una offerta
sicuramente bene accetta: “Se lo gradisce ho
un bel regalo per lei” . Sapeva, inoltre, di
assecondare il vivo desiderio del
chierichetto.
Padre Bruno, profondo ed attento conoscitore
di anime, guardò il bambino e ne intuì
qualcosa che lo fece subito decidere:
“Verrai con me a Palermo”.
Con l’assenso dei genitori, che si
affidarono, anche allora, alla volontà del
Signore, in poche ore si mise a punto ogni
cosa per la partenza del giovinetto
nell’ottobre 1936.
Da Palermo, Francesco tornò a Raffadali solo
saltuariamente, eccetto durante il periodo
più cruciale della guerra quando, per
l’incalzare dei bombardamenti su Palermo, i
Superiori del Boccone del Povero pensarono
bene di rimandare i giovani seminaristi in
famiglia (1943). Tornerà, anche in seguito,
qualche volta, ad assistere il padre infermo
ed il giorno del suo trapasso. Era, nel
frattempo, diventato diacono .
Nel Seminario della Congregazione dei
Missionari Servi dei Poveri si distinse non
solo per il profitto negli studi, ma anche
per la condotta esemplare in tutto.
Il 20 luglio 1939 chiede al Superiore
Generale di essere ammesso al noviziato .
Emette la prima professione religiosa il 1°
Novembre 1940 .
Maurizio Gaeta, un religioso che a quel
tempo si occupava anche del seminario
bocconista, un giorno dichiarò: «Tutti buoni
i ragazzi di allora, studiosi ed ubbidienti,
ma lo Spoto era buonissimo, studiosissimo ed
ubbidientissimo».
Dopo gli anni di ginnasio superiore, Spoto
con i suoi compagni cominciò a frequentare
le scuole del Seminario arcivescovile di
Palermo dove completò egregiamente la
formazione intellettuale. Emergeva sugli
altri per il profondo interesse per tutte le
materie scolastiche che non si limitava
“solo” ad apprendere, ma approfondiva
appassionatamente. Era in grado di parlare e
di scrivere la lingua tedesca che aveva
imparato da solo.
Un teste ricorda che: «durante il corso di
teologia, il Servo di Dio fu scelto, fra
tutti gli alunni, per porgere gli auguri a
Mons. Arena, Professore di Sacra Scrittura;
in quell’occasione recitò nel testo greco, a
memoria, il prologo del Vangelo di S.
Giovanni» .
Era talmente serio, determinato, tenace,
profondo che i compagni avevano cominciato a
chiamarlo - scherzosamente, amichevolmente
ma anche con rispetto - “il tedesco” .
Questo nomignolo, che nella sua spontaneità
mette in giusta luce un lato ragguardevole
della personalità spotiana, fa coppia con
l’appellativo “roccia”. Così lo definì per
la fermezza e fortezza caratteriale Don
Rampello, Rettore della Chiesa di San
Giovanni Battista di Raffadali, quando si
recò in visita di condoglianze alla mamma
del Padre Spoto: “Francesco era fermo come
una roccia!” .
All’interno della sua Congregazione, egli
camminò tenacemente e con profitto sulle
orme del venerato Fondatore, sforzandosi di
conoscerlo e, soprattutto, di imitarlo.