Beato Francesco Spoto, Superiore Generale
della "Congregazione dei Missionari Servi dei Poveri -
Boccone del Povero", fondata dal Beato Giacomo Cusmano
il 21 Novembre 1887
Ogni sacerdote in più è un arricchimento
per il mondo; ogni sacerdote in meno è un
impoverimento per il mondo: il 27 dicembre
1964 il paradiso si scoprì più ricco e la
terra si accorse di essere più povera perché
era morto Francesco Spoto, sacerdote
missionario in terra d’Africa.
Il Vice Postulatore della Causa di
Beatificazione, Padre Matteo Saladino ,
riferendosi a lui, ha osservato: “Sembra che
avesse conosciuto la brevità del suo tempo,
perciò egli corse sempre”.
È questa una caratteristica che appare
costante nella vita del nostro Padre:
correre.
Corse come uomo, come religioso, come
sacerdote, come superiore e infine andò pure
correndo verso l’altare del sacrificio
supremo.
Altra costante del suo stile di vita furono
l’attaccamento al dovere e il senso della
responsabilità. Nulla, infatti, riusciva a
distrarlo dall’assolvimento scrupoloso delle
incombenze quotidiane.
Grazie alla lettura-indagine dei suoi
scritti, si scoprono in Padre Francesco
Spoto doti umane finemente scolpite
dall’esercizio delle virtù e dalla radicale
apertura alla grazia che fanno di lui un
piccolo capolavoro di Dio. Si potrebbe anche
dire che il Signore lo ha abbellito con
queste qualità:
- temperamento deciso e volitivo, capace di
andare fino in fondo nelle proprie scelte;
- intelligenza limpida ed intuitiva, fatta
apposta per indagare e penetrare nella
realtà e nel mistero, cosa che ne facilitava
la contemplazione mistica;
- amabilità, signorilità e dolcezza nel
tratto;
- senso del dono di sé al prossimo per amore
di Dio;
- attitudine materiale al rispetto e al
servizio altrui, sviluppata in chiave
evangelica, alla luce dell’esempio di Gesù
Cristo e perfezionata ulteriormente nella di
lui sequela;
- capacità di effondere amore in ogni
rapporto;
- ossequio assoluto al comandamento “onora
il padre e la madre”, nell’assumerli come
modelli di rettitudine;
- rispetto adorante per la mamma, conservata
assieme alla Madonna nel tabernacolo del
proprio cuore, sì da invocarne i nomi fino
all’ultimo respiro;
- dono di trattare ed amare i giovani come
tanti figlioli o fratelli minori;
- capacità di effondere amore in ogni
rapporto, di farsi voler bene e di dare e
ricevere amicizia con semplicità di cuore;
- saper generare nel proprio animo (e poi
effonderla ad amici e collaboratori) una
mirabile armonia tra umanità e spiritualità;
- atteggiamento d’amore e riconoscenza
perenne per il Signore, tanto misericordioso
da averci donato e conservato la natura:
della quale sa cogliere la grandiosa
bellezza, anche nei minimi particolari,
quali la corolla di un fiore o il canto di
un usignolo, in perfetto “stile”
francescano;
- fare della propria vita una finestra
spalancata, attraverso la quale tutti
possano posare lo sguardo su colui che fa
continuamente dono di sé, in una incessante
dilatazione d’amore.
Qualora fosse possibile fare una sintesi di
una tale personalità, si potrebbe
arrischiare questa: in lui la parola
pronunciata e scritta si fa spiritualità e
“canta” l’amore del Verbo che è poi forse il
vero segreto della sua dolce serenità.
D’altronde “Dio abita dove lo si lascia
entrare” .
Nel silenzio arcano della sua anima, Padre
Francesco Spoto disse fin da piccolo il suo
sì al Signore e gli fu fedele sempre, fino a
quel fatidico 27 Dicembre 1964, nella povera
capanna di Agatone in Congo.
Di particolarmente vistoso nella sua vita
non apparve mai nulla; ma sempre e da tutti
fu notato e lodato il suo impegno forte,
dinamico e continuativo verso le alte vette.
Per i testimoni della sua breve esperienza
terrena, Padre Francesco era completamente
impregnato di profonda fede .
Il suo comportamento, nel periodo in cui
l’ho frequentato, mi dimostrava la sua
filiale sottomissione al Signore nel seguire
i dettami di Cristo, il quale vuole che
tutti siano perfetti come il nostro Padre
celeste.
[…] Ho ascoltato le lezioni di Catechismo,
che P. Spoto diede a noi Fratelli laici; di
alcune sue prediche; posso dire che a mio
giudizio quanto egli diceva era esperienza
della sua vita e manifestazione della sua
Fede in Dio. E pertanto è chiaro che egli,
con le sue parole, mirava a promuovere la
gloria del Signore e la salvezza delle anime
.
Alcuni ne mettono in evidenza il
Cristocentrismo:
Tutta la pietà del Servo di Dio era
Cristocentrica e tutti i Misteri della santa
Fede erano da lui meditati e professati in
quest’ottica; e pertanto la sua predicazione
e le sue esortazioni, ben nutrite di Sacra
Scrittura e documenti ecclesiastici, erano
autentico annunzio della Parola di Dio e
trasmissione della sua fede .
Significativi anche i ricordi di chi ama
ricordarlo nel suo carisma di predicatore:
In modo evidente si notava che egli nella
predicazione era convinto di quanto diceva
sulle verità della nostra santa Religione;
anche nei colloqui con le persone ricorreva
con una certa frequenza a pensieri sulle
verità divine, particolarmente sulla fiducia
in Dio e sottomissione alla sua Volontà .
Molte altre testimonianze, in sintonia
totale, giungono alla conclusione che viveva
la Santissima Eucaristia con molta
devozione.
C’è chi ricorda che: «Nella recita
dell’Ufficio divino e nella celebrazione
della Santa Messa, era particolarmente
attento e devoto, sì da edificare quanti vi
partecipavamo» .
Mentre un altro afferma: «Padre Spoto
celebrava quotidianamente la Santa Messa con
raccoglimento e fervore; partecipava
assiduamente e devotamente agli atti di
pietà comunitari» .
Altri affermano:
A proposito, ricordo che Mons. Tarantino,
Vescovo di Arua, mi disse di esser rimasto
molto edificato quando ammise P. Spoto a
celebrare la Santa Messa nella sua Cappella.
[...] Ricordo, in particolare, che, quando
ne era richiesto, dedicava facilmente anche
parecchie ore ad ascoltare le sacramentali
confessioni dei fedeli .
Un teste nel rammentare che Padre Spoto
aveva accettato il superiorato «[…] come
espressione del Volere divino», soggiunge
che egli «[…] coltivò la virtù
soprannaturale della fede, vivendo
abitualmente nel filiale timore di Dio e
sempre sottomesso alla divina Volontà» .
Un fedele congolese rimase molto
impressionato dalla capacità che egli aveva
di manifestare e trasmettere la fede: [...]
L'ho visto celebrare delle messe nella
capanna e fare delle omelie che i
confratelli traducevano. Aveva veramente lo
spi¬rito di fede, tanto che aveva preparato
un viottolo nella piccola foresta dove si
trovava la capanna per recitare il suo
rosario ogni giorno .
Le chiare affermazioni dei testimoni trovano
puntuale conferma nell’esperienza personale,
spirituale e apostolica del Padre Spoto come
ci rivelano i suoi scritti, espressione di
profonda convinzione.
Parla della fede come intima adesione
dell'intelletto alla verità; adesione che ci
unisce a Dio con la più totale confidenza
facendoci entrare in comunione di vita e di
pensiero con Lui.
[…] La Fede è l’accettazione di una verità
rivelata da Dio. […] Essa comporta una
certezza, che - per la sua profondità
spirituale - non ammette alcun dubbio. La
verità principale da credere fermamente è
l’esistenza di Dio, creatore dell’Universo e
Rimuneratore del bene e del male.
[…] Amate la vostra Fede: essa vi dà forza
incrollabile nei momenti difficili della
vita, pace e gioia nell’anima! .
La virtù della fede è il “richiedere
incondizionatamente, totalmente,
gioiosamente, perché torniamo a vedere”.
Gesù c’è, passa, chiama, istruisce,
guarisce, incanta. C’è Gesù che mi ama, Gesù
che è luce, che è fiamma che arde.
Parla della fede come intima “testimonianza
delle opere” e cita, in proposito, lo
scrittore francese P. Bourget : «Alla fede
devono corrispondere le opere. Se non si
opera come si crede, si finisce per credere
come si opera».
Padre Francesco durante una conferenza ai
sacerdoti, 16 gennaio 1962, richiamando la
festa dell’Epifania parla della fede come
strumento necessario per la salvezza:
[…] La festa dell’Epifania deve essere per
noi essenzialmente una festa di Fede e deve
produrre in noi un aumento di tale virtù che
ci renda apostoli zelanti. […] La Fede
soprannaturale è indispensabile per la
giustificazione e il conseguimento
dell’eterna salvezza. […] Per noi sacerdoti,
continuatori della sua opera, la Fede deve
essere il fondamento della nostra attività.
La fede è vista ed è vissuta con veemenza,
come il punto d’appoggio dell’attività
sacerdotale, non sottacendo che, se è vero
che la fede è la prima tra le virtù, è
parimenti vero che il tramite privilegiato
per arrivare ad essa è la carità da “fare ai
poveri e inculcare ai ricchi!”: è il per
caritatem ad fidem del Cusmano. È la stessa
visione evangelica del venerato e mai
abbastanza imitato fondatore, il quale
considerava la carità “un ponte tra le
classi più agiate e quelle degli indigenti”.
Nozione, questa, che trovò concretizzazione
nell’intuizione del “Boccone del Povero”. A
conclusione, della suddetta conferenza,
aggiunge:
[…] La Fede è realtà di cose sperate e
convincimento di cose che non si vedono.
Fede, in generale, significa l’adesione
intellettuale a una verità o a un dato di
fatto, che non posi sulla visione diretta
dell’oggetto. È l’accettazione di una verità
per sé non evidente […] per impulso della
propria volontà libera. […] La nostra vita
non ha alcun significato senza la Fede. […]
Il Cusmano fece risplendere la sua Fede […]
ci farà volare fino al Cielo e ci riporterà
a Dio
[…] Dobbiamo essere sacerdoti di Fede,
sacerdoti per la Fede, e la carità che
faremo ai poveri - nei paesi civili e nelle
terre di missione - e che inculcheremo ai
ricchi, deve essere il mezzo più semplice
per arrivarvi .
Altra accezione della fede in Padre Spoto è
l’atteggiamento nel sacerdote ed anche nei
religiosi e nei laici in genere di
“accettazione e santa rassegnazione di
fronte alla volontà di Dio”.
Ed ancora: fede come invito agli altri di
pregare per noi, che siamo deboli e indifesi
e possiamo solo confidare nella Misericordia
Divina.
C’è una lettera del 14 luglio 1951
(pochissimi giorni prima dell’ordinazione)
nella quale esorta il cugino, Padre Domenico
Cufaro, a ricordarlo «[…] nella Messa e
nelle altre preghiere: raccomandami al
Signore affinché possa ben prepararmi a quel
passo, decisivo per tutta la vita presente e
futura» .
Com’è lodevole quest’ansia nell’anima del
giovane sacerdote ordinando e quanta
consapevolezza oltre che devozione nel
religioso, nel fedele che non può non
raccomandare se stesso alla preghiera
individuale e comunitaria. Tutti abbiamo
bisogno di preghiere: il sacerdote più degli
altri. Basta sfogliare l’epistolario
spotiano per imbattersi in tante
implorazioni come questa!
Eccone un’altra, anch’essa emblematica. È
del 9 novembre 1959: da poco tempo è
Superiore Generale e si rivolge alla madre
(dandole del “Lei”): «[…] Certo si consolerà
di questa mia elezione: ma non deve
consolarsi tanto, deve soltanto pregare per
me. È una grave responsabilità quella che mi
è stata affidata […] Bisogna rassegnarsi
alla volontà di Dio! […] Confido nel
Signore: […] alle mie debolezze riparerà
lui» .
Nella virtù della Speranza egli raggiunge
una dimensione di grande rilievo. Mette
l’ufficio di Superiore Generale nelle mani
di Dio e scrive: «[…] Accetto questa
responsabilità dalle mani di Dio, con la
fiducia che sostiene i deboli e colma le
deficienze umane».
Il 19 novembre 1961 segna una data
estremamente significativa e commovente.
Tutta la Congregazione celebra la messa per
invocare la benedizione di Dio su due
Confratelli che stanno per partire per la
Missione congolese di Biringi. Nel
consegnare loro il Crocifisso, Padre Spoto
ricorda a Padre Ruggiero e Fratello Mangione
il luminoso esempio di San Francesco
Saverio: «[…] Unico conforto, unica speranza
è il Crocifisso, che tiene fra le mani. E
solo contemplando quel crocifisso, San
Francesco muore di fronte alla Cina»,
purtroppo mai raggiunta. Del continente
africano dice ai due missionari che «[…] in
mezzo a questo fermento, che desta tanta
preoccupazione, una lieta constatazione
riempie l’animo di fiduciosa speranza:
l’Africa accoglie la fede cristiana con
entusiasmo e ardore» .
In proposito Papa Pio XII aveva detto che la
«faccia del mondo potrebbe essere cambiata
con una vittoria dello spirito missionario»
.
In una lettera del 5 marzo 1962 a Padre
Graceffa (superiore della casa di Velletri -
Missione P.O.A. e cappellano presso il
locale ospedale), il superiore generale
ricorda lo stato finanziario molto precario
della Casa madre, che non può aiutare la
nuova opera della Congregazione. Nondimeno
non lascia Padre Graceffa nell’amarezza e
nello sconforto, anzi fa di tutto per
sollevarlo: con un colpo d’ala che solo la
carità, la misericordia e la delicatezza del
suo animo possono avergli ispirato, così
conclude la lettera: «[…] Tuttavia, non sono
scoraggiato: la Provvidenza del Signore,
come Lei ben m’insegna [notate le virtù
dell’umiltà e della modestia sempre pronte a
manifestarsi!] è grande!» .
Le ragioni della speranza in lui sono poche,
semplici, granitiche e consolanti.
La speranza che non l’abbandona e che
incessantemente profonde e trasmette è che
il fondatore non potrà «lasciare l’Opera in
abbandono, in un momento in cui c’è tanto
bisogno della sua intercessione presso il
Signore […] Lo farà certamente […] per i
suoi Missionari, affinché siano […] pieni di
tutte le virtù» .
Una seconda ragione di speranza per lui è
che l'esperienza fondamentale della vita
cristiana è l'irruzione della regalità di
Cristo: Cristo vince le tenebre, donando la
luce; assoggetta la morte, offrendo la
speranza della vita eterna.
La terza ragione è l'unione con Cristo che
ha vinto la morte ed ha mandato lo Spirito,
mediante il quale l’uomo diventa figlio di
Dio e testimonia d’esserlo. “Sono persuaso”,
il latino dice meglio “certus sum”; sono
certo, mi affido con speranza indubitabile,
sono sicuro.
Una ulteriore ragione è che non solo Dio non
abbandona l’uomo nelle tribolazioni
materiali e morali, ma, nella Sua infinita
bontà, Egli ha depositato nel cuore
dell’uomo la speranza, la quale è virtù ed è
principio di feconda operosità: sia perché
il Padre vuole che portiamo molti frutti
nella sua vigna (cf Gv 15, 8): sia perché ha
promesso di concederci “tutto quello che
vogliamo”, purché rimaniamo uniti a lui e
rimangano in noi le sue parole (cf Gv 15,
7).
Tanto poterono in Padre Francesco Spoto la
fede e la speranza, e tanto viene
debitamente e amorevolmente testimoniato da
chi ebbe la fortuna di vivergli accanto. Ne
cito tre, per tutti:
Il primo esprime così il proprio giudizio:
Il Servo di Dio coltivò la virtù
soprannaturale della speranza, come
soprattutto potei constatare nell’ultimo
periodo della sua vita. Ricordo infatti che,
circa dieci giorni dopo la nostra fuga dalla
sede della Missione, egli cominciò a
prevedere la sua fine; sicché, alquanto
tempo dopo, fece l’offerta della sua vita al
Signore. È evidente quindi che, offrendo la
sua vita a Dio, desiderò il raggiungimento
del Cielo.
[...] Osservando il comportamento esterno
del Servo di Dio, debbo ritenere che egli
abbia svolto le sue attività nella speranza
di essere accetto al Signore, confidando
esclusivamente in Lui, e non nelle sue
capacità.
[...] Ripeto che, anche nell’ultimo periodo
della sua vita, P. Spoto mantenne la sua
costante fiducia in Dio e la speranza del
premio eterno. E questo premio a mio avviso
P. Spoto lo ricevette già durante l’agonia,
che ebbe serena, finché placidamente si
addormentò nel Signore.
[…] Il Servo di Dio coltivò la virtù della
speranza col continuo anelito di raggiungere
il premio eterno .
La seconda testimonianza sostiene:
Il Servo di Dio coltivò la virtù della
speranza, nel desiderio costante di
raggiungere il Bene supremo. Ricordo, a
proposito, il seguente paragone di cui
sovente si serviva nella predicazione:
diceva che il nostro anelito alla vita
eterna, adoperando i mezzi necessari per
raggiungerla, era come l’espediente di
quell’uomo che inviava le sue ricchezze in
un’isola, dove era certo di trovarle
nell’ultimo periodo della sua vita .
Ed infine Benito Ruggiero le cui parole
ancora ci danno un tremito di commozione:
«Sono certo che il Servo di Dio coltivò la
virtù soprannaturale della speranza, poiché
- a mio avviso - se non avesse posseduto
tale virtù, non avrebbe offerto la sua vita
al Signore» .
Le parole del divino Maestro: “Quello che
avete fatto a uno solo di questi miei
fratelli più piccoli, lo avete fatto a me” (Mt
25, 40), sono completate ed esplicitate da
questo altro insegnamento: “ama il prossimo
tuo come te stesso” (Lc 10, 17) , dove
“prossimo” è il buon samaritano (Lc 10,
30-36), che si cura del povero “malcapitato”
e ne ha compassione, dove amare il prossimo
vuole dire amare “[…] il Signore tuo Dio con
tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente,
con tutte le tue forze” (Mc 12, 30; cfr. Lc
18, 20).
Tutte le testimonianze danno atto del grado
della virtù della carità posseduta da Padre
Francesco e di come seppe effonderla nel
nome di Cristo con umiltà e calore verso il
prossimo.
Suor Maria Baglio, Serva dei Poveri, di lui
ha conservato nel cuore soprattutto il
ricordo dell’umiltà nella carità:
Innanzitutto egli mi appariva sempre, nel
suo comportamento, modestissimo, mite, umile
e semplice. Era molto affabile e trattava
tutti con carità e con un viso quasi sempre
sorridente.
[...] Spiccava anche in lui una sincera e
sentita carità verso il prossimo, secondo
gli insegnamenti del Beato Giacomo Cusmano.
Ricordo infatti che, quando io sono andata a
dimorare nella casa religiosa sita in via
Altofonte, P. Spoto, venendo a celebrare la
Messa, portava vari bidoni pieni di acqua
per noi suore, poiché per un certo tempo in
quella casa eravamo prive di acqua potabile
.
Un altro teste ricorda «[…] l’incremento
dato alla missione sacerdotale svolta dai
confratelli verso i carcerati. Alcune volte
lo stesso Servo di Dio si recò nel carcere
per ascoltare le sacramentali Confessioni
dei detenuti» .
I confratelli che lo videro morire rievocano
con realismo particolarmente commosso quei
momenti:
[...] Egli fu rispettoso verso i Confratelli
indistintamente e verso i Superiori, adempì
il suo ufficio di Superiore con spirito di
umiltà e caritatevole disponibilità verso
noi sudditi. Non si mostrò mai austero,
burbero e categoricamente imperativo; quando
ci chiedeva un servizio da compiere, ce lo
chiedeva, non come un comando, ma come un
favore.
[...] A mio giudizio, l’amore del Servo di
Dio per il prossimo fu conseguente al suo
amore per il Signore; pertanto posso
concludere che la generosa offerta di p.
Spoto al servizio degli altri fu eroico
esercizio di Carità soprannaturale.
[…] Il suo atteggiamento, quasi
costantemente serio, poteva essere a mio
avviso anche espressione della sua unione
con Dio. Ripeto che P. Spoto accettò le sue
ultime sofferenze, fisiche e morali, in
piena conformità al volere divino; e ciò
certamente è dimostrativo della sua carità
verso Dio .
Uno dei testi fa riferimento ad alcune
pagine del diario del Padre Francesco Spoto
che con la tenerezza di una madre riscalda
il confratello febbricitante durante la fuga
dai Simba :
[…] Mi piace qui riportare quanto Padre
Spoto scrive nel suo Diario in data 17
novembre, durante una mia sofferenza: “Verso
le sei del mattino P. Ruggiero ha un nuovo
attacco: febbre, freddo, alte palpitazioni
al cuore. Non bastano le coperte per
riscaldarlo; mi appoggio allora a lui e
cerco di riscaldarlo col mio corpo. Il
freddo diminuisce; il cuore normalizza.
Signore, aiutaci” .
Un altro teste così si esprime:
Conformemente al carisma cusmaniano P. Spoto
esercitò la carità verso il prossimo. Anche
da Superiore Generale fu sempre rispettoso,
delicato verso tutti, esercitando il suo
ufficio come un vero Padre. Mi risulta che
aveva molta attenzione verso i poveri e gli
ammalati; infatti con frequenza si recava
presso alcuni infermi, ai quali portava la
sua parola confortatrice ed il soccorso
materiale, secondo le norme della nostra
Congregazione .
Quella che si potrebbe definire “autotestimonianza”,
“parla” in maniera forse più umana,
nell’epistolario. Le sue lettere ci
restituiscono una nobile figura dell’uomo,
del figlio, del fratello, del sacerdote,
dell’amico, del superiore in ansia per la
Congregazione.
Un aspetto della spiritualità, “leit-motiv”
spotiano vero e proprio, è questa
definizione della carità: “La Carità è tutta
cristiana!”.
Un esempio fra i tanti: la Conferenza alla
Dame di Carità della Parrocchia di
Settecannoli, tenuta il 4 aprile 1960, nella
quale afferma testualmente:
La carità è una virtù esclusivamente
cristiana, sorta con la venuta di Gesù sulla
terra. Il mondo pagano antico, e quello
moderno, non conobbe e non conosce questa
virtù: soltanto Gesù […] l’ha insegnata ai
suoi discepoli. […] I primi cristiani si
amavano e si aiutavano scambievolmente,
tanto da destare la meraviglia dei pagani.
[…] Sia presso il popolo greco che presso il
popolo romano non era ammissibile la
compassione per il povero e, per
conseguenza, il soccorso .
Proseguendo, illustra alle caritatevoli Dame
un’altra specificità della carità e cioè che
essa «deve avere diverse qualità […] perché
possa raggiungere i suoi scopi
soprannaturali e condurre la anime a Dio
[“per caritatem ad fidem”]» .
Evocando, parafrasando e sintetizzando i
testi paolini , ma, soprattutto, il “Cantico
della carità” (1Cor 13), egli dice che la
carità “deve essere umile e semplice,
concreta e disadorna, come il pane
quotidiano”. La carità si deve “sentire
umile di fronte al dolore e alla miseria”.
Quanto poi alla metodologia di attuazione
della carità, raccomanda: «[…] beneficenza
al prossimo; perdono delle offese ricevute;
[…] aiutare coloro che si trovano
nell’indigenza; […] aiutare e soccorrere il
povero» .
“Carità senza limiti”, dunque, in piena
coerenza con il carisma cusmaniano e con la
virtù della Fede, perché “la carità senza
fede è zero!” .
Dopo le testimonianze sulle tre virtù
teologali ci sembra opportuno riportare
quanto uno dei censori teologici ha scritto:
La Fede, la Speranza e la Carità sono le tre
virtù teologali e quei cardini che non si
improvvisano e che accompagnano sempre tutta
la vita del nostro Padre Spoto.
Una Fede dinamica e sempre più profonda ha
condotto il nostro Protagonista verso quell’eroismo
che lo spinse ad offrire la sua vita come
atto di supremo amore.
Non si improvvisa un epilogo esistenziale
per nessuno e quindi nemmeno per Spoto. Egli
si è preparato tutta la vita con un passato
di continua, tenace ed ininterrotta palestra
nella ricerca affannosa di quel Dio creduto,
amato e servito.
È questo epilogo esistenziale che rende
luminosi ed accettabili tutti i suoi tanti
scritti che a quanti vi si accosteranno,
saranno guida impareggiabile, luce
sfolgorante e incitamento pressante a quella
santità che caratterizzò la vita del Servo
di Dio.
[…] Dagli scritti di Spoto risalta in modo
evidente ed inequivocabile la sua forte
personalità, il suo carattere sempre
controllatissimo da farlo apparire quasi un
eccezionale sportivo che per il lungo,
metodico e diuturno allenamento si è
collocato in un bel primo posto ben
meritato.
Padre Spoto appare veramente povero perché
ubbidientissimo; è ubbidiente perché
poverissimo; è povero ed ubbidiente perché
umilissimo.
Queste tre virtù: povertà, umiltà e
ubbidienza sono tra loro così legate da
apparire complementari l’una delle altre.
Senza una profonda umiltà non può esistere
una vera ubbidienza e chi non sa ubbidire
non può né comprendere né tanto meno vivere
nello spirito della povertà evangelica.
Spoto, spesso, nei suoi scritti tratta di
queste virtù e si sente quasi con l’udito
leggendolo che Egli è profonda¬mente
convinto di quanto asserisce nei suoi
discorsi ed insegna agli altri con la sua
parola chiara e semplice. Egli vive
abitualmente e con gioia nell’ambito della
sua vocazione sacerdotale e religiosa; nella
sua vita nessun gesto è compiuto fuori di
quell’ambito; egli consumò la sua esistenza
su quello, correndo su quella strada dove si
sentì chiamato dal Signore .
Concludiamo le testimonianze su questa virtù
con un articolo di Padre Francesco Spoto
pubblicato nel periodico “La Carità”, nel
quale amplia il tema della conferenza del 4
aprile 1960 alle “Dame della Carità”:
La carità è una virtù esclusivamente
cristiana, che sbocciò sulla terra con la
venuta di Cristo e che fiorisce sempre
all'ombra della sua Chiesa.
Il Maestro divino, dopo averla raccomandata
insistentemente ai suoi discepoli, la diede
loro come segno di riconoscimento: «Da
questo riconosceranno che siete miei
discepoli, se vi amerete l'un l'altro».
I primi cristiani misero fedelmente in
pratica questo insegnamento: si amarono e si
aiutarono a vicenda, tanto da destare la
meraviglia dei pagani.
E c'era ben motivo di meravigliarsi, perché
presso la civiltà antica non esisteva la
virtù della carità, e quindi non era
ammissibile la compassione per il povero e
il debole, per chiunque si trovasse nella
necessità di avere soccorso e aiuto.
Nell'animo dei pagani non poteva regnare
tale virtù, perché mancava il terreno adatto
al suo sviluppo. La carità infatti può
germogliare e svilupparsi in un animo pieno
di fede in Dio: la fede è il fondamento
della carità.
Fede e carità sono così necessariamente
congiunte che la fede senza l'amore è zero;
ma d'altra parte non si può dare vera carità
che non si accenda alla luce della fede e
non venga da essa guidata e sorretta.
L'intimo motivo di questa inscindibile
unione risiede in questo: che la fede
interviene per prima a far risplendere nella
loro realtà e nel loro fulgore l'eccelsa
grandezza dei misteri divini; a questa luce
si accende la fiamma della carità. Solo
quando Dio viene guardato nella luce della
fede, come il Padre nostro; quando il Figlio
è considerato per la stessa fede come il
nostro Redentore; quando lo Spirito Santo è
riconosciuto come la forza santificatrice
della vita cristiana tutta quanta, solo
allora l'amore verso Dio può raggiungere
quel grado di profondità, che fa sviluppare
la vera carità verso il prossimo. (Tillmann).
La mia natura mi spinge ad essere pietoso
verso l'uomo, scrive un poeta inglese
medievale, perché la mia fede mi dice che
siamo tutti fratelli per l'unico Sangue. Dio
infatti riscattò tutti: mendicanti e nobili.
Spinti da questa fede ardente i Santi hanno
operato prodigi di carità.
S. Bernardino da Siena durante la peste del
I454 che devastò le contrade di Siena, si
dedicò con eroica carità a curare gli
appestati.
S. Carlo Borromeo si prodigò a Milano a
favore dei colpiti dalla peste, impegnando
per i poveri il suo patrimonio familiare e
perfino il suo letto.
S. Camillo de Lellis curava gli infelici e i
malati anche i più ripugnanti con amore da
far meravigliare tutti e diceva «Questo è il
mio Signore, al quale io servo con
devozione».
La vita e le opere del Servo di Dio P.
Giacomo Cusmano sono un altro inno che il
Cristianesimo innalza alla grande legge
dell'amore fraterno.
Questo santo sacerdote dedicò la sua vita a
soccorrere gl'infelici e a servire i poveri
più abbandonati, perché in essi vedeva
l'immagine di Gesù Cristo.
Diceva: «Gesù per noi e noi per Gesù che si
fa rappresentare dal Povero, servendo il
quale noi abbiamo la sorte di servire Gesù,
perché Egli ci ha detto che terrà come fatto
a se stesso quello che noi faremo al minimo
dei nostri fratelli». E aggiungeva:
«Ravviviamo la nostra fede! Essa ci fa
vedere Gesù nella persona dei poveri e ci
spinge a servire in loro la persona di
Gesù».
Fondata su questa virtù, la Chiesa ha
realizzato e continuerà a realizzare
attraverso i secoli i prodigi dell'amore
cristiano in favore dell'umanità sofferente
.
L’umiltà nel nostro Padre Spoto è stata
presupposto, conseguenza e frutto di tutte
le altre virtù.
È con l’umiltà che ha cercato di vedere le
cose e le persone.
Non ci dimentichiamo che “umiltà” deriva da
humilis e questa da humus, cioè terra.
L’uomo deve conservare sempre la nozione di
essere “polvere”: più si umilierà più verrà
esaltato, per innalzarsi come ebbe a
scrivere Giovanni Papini: “[…] deve mettersi
in ginocchio” .
Umiltà, perciò, viene ad indicare un
abbassamento reale, cosciente e (anche)
virtuoso.
Nell'insegnamento di Gesù sono presentate le
manifestazioni esterne comportamentali
dell'umile. Umiltà viene ad indicare il
riconoscere la propria piccolezza e, quindi,
prendere posto in basso per riverenza alla
grandezza di Dio.
Padre Francesco agendo in umiltà si
manifestava agli altri come una finestra
aperta attraverso la quale tutti potevano
guardare e arricchirsi, familiarizzando con
quanto la sua anima poteva offrire loro.
Questa chiave di lettura si può ricavare con
estrema facilità dalle dichiarazioni, in
parte già note, di persone che lo conobbero,
tra le quali Rosario Criscuoli:
Sin dalla prima volta colpirono la mia
sensibilità le sue doti di uomo buono,
colto, fornito di viva intelligenza e di
qualità non comuni. Ma due furono
soprattutto i lati della sua personalità,
semplice e complessa ad un tempo, che mi
lasciarono particolarmente impressionato e
sui quali io ebbi più volte a riflettere e a
meditare: la sua profonda umiltà e il suo
sguardo innocente e lungimirante... Dai suoi
occhi trasparivano la purezza e il sorriso
delle albe celesti .
Un altro teste diretto della vita di Padre
Francesco ricorda: P. Spoto non dimostrò mai
ostentazione di se stesso, nemme¬no quando
fu Superiore Generale, e mai nutrì
vanagloria per le sue capacità e per le sue
attività.
Un atto di umiltà, che ho ammirato nel Servo
di Dio, già Superiore Generale, è stato il
seguente: una volta lo vidi mentre si
accingeva a trasportare la biancheria dei
Confratelli nella lavanderia delle Suore.
Subito mi offrii a compiere quel servizio,
che ritenevo troppo umiliante per lui,
Superiore Generale; ma egli, con la sua
solita affabilità e semplicità, ricusò la
mia offerta e adempì lui quell’umile
servigio .
Qualcun altro riporta queste sue parole:
Non ricercò onori e - ripeto - accettò
l’ufficio di Superiore Generale come
servizio da rendere alla Congregazione.
[...] Il Servo di Dio, anche da Superiore
Generale, manifestò spirito di vera umiltà,
mantenendo sempre un contegno semplice e
modesto.
[...] Quando ad Arua [nell’agosto 1964], ci
siamo recati dal Vescovo, Mons. Tarantino,
il Servo di Dio si presentò come un semplice
sacerdote della nostra Congregazione. Io
ovviamente ho dovuto presentarlo nella sua
qualifica, anche per dare al Vescovo la
libertà di riferire tutte le vicende della
nostra Missione .
Un altro teste afferma: Il Servo di Dio,
anche da Superiore Generale, amò vivere
nell’umiltà e nel nascondimento.
[...] Ricordo, a proposito, che il Servo di
Dio, da Cappellano delle Suore bocconiste,
si presentava con tale umiltà e semplicità,
da lasciare incredule alcune di esse quando
appresero la sua elezione a Superiore
Generale, poiché proprio per quella sua
semplicità, non lo ritenevano capace di
assumere quel grave compito.
Fra i tanti gesti di umiltà del Servo di
Dio, posso ricordare quello da lui compiuto
spesse volte, prestandosi, pur essendo il
Superiore, al trasporto di grossi pacchi o
valigie, contenenti materiale vario per la
propaganda della nostra Opera .
Un altro lo ricorda così: Fu sottomesso al
Volere divino come in modo particolare potei
constatare nell’ultimo periodo della sua
vita.
[…] A mio giudizio, l’umiltà era la virtù
che maggiormente e facilmente si poteva
notare nel Servo di Dio, poiché egli visse
costantemente con modestia e semplicità.
[...] Tale contegno egli mantenne anche a
Biringi, non vantando il suo titolo di
Superiore Generale .
Altra testimonianza significativa è questa:
Il Servo di Dio fu sempre umile e
disponibile, anche da Superiore Generale,
non disdegnando di prestarsi talvolta ai
servizi più umili, come, ad esempio, la
pulizia dei servizi igienici comuni.
[...] Pur essendo molto dotato di capacità
intellettuali e quotato dai Superiori e
dagli Insegnanti, il Servo di Dio non si
insuperbì mai né ostentò vanagloria .
Più volte ho fatto riferimento, nella mia
deposizione, alla piena sottomissione del
Servo di Dio alla Volontà del Signore fino
al dono della sua vita. Più volte a me
suggerì identica sottomissione, ripetendomi:
“Perché non ti vuoi rassegnare alla Volontà
divina?”
[...] P. Spoto, nel compimento del suo
dovere, mirò sempre ad uniformarsi al Volere
del Signore, fiducioso nella divina
assistenza, e mai confidando nelle sue
capacità. Ripeto che era costante in lui
l’intenzione di conformarsi ai divini
Voleri, come suggeriva a me.
[...] Più volte vidi P. Spoto, durante gli
atti di pietà comunitari, attento e devoto;
Lo vidi anche durante la sua preghiera
personale che, in ginocchio e con grande
raccoglimento, faceva dinanzi al santissimo
Sacramento .
[...] Secondo le mie constatazioni, il Servo
di Dio in tutta la sua vita sacerdotale mirò
a rendere onore e gloria al Signore,
dimostrandogli gratitudine per i benefici
ricevuti. Ripeto ancora una volta che fu
sottomesso ai disegni divini.
[...] L’atteggiamento abituale del Servo di
Dio era sinceramente umile, tanto da non
fare pesare la sua dignità di Superiore
Generale.
[...] Guardavo gli altri padri Generali con
la distanza esistente tra un superiore ed un
suddito, mentre quando fu eletto P. Spoto
Superiore, egli per me rimase il P. Spoto di
sempre, al quale senza alcun timore aprivo
il mio cuore, ed egli mi accoglieva con
umiltà ed affabilità .
Il Vescovo Emerito della Diocesi di
Mahagi-Nioka, Mons. Thomas Kuba, lo ricorda
come un «[…] uomo di incredibile semplicità
e di eccezionale bontà» .
Ed infine un ritratto dello scrittore e
giornalista Sergio Lorit. Introducendo il
“Diario di un martirio”, egli racconta:
Invitato un giorno, con una telefonata, alla
parrocchia di Santa Maria della Perseveranza
in Roma, dove il Superiore generale dei
Missionari Servi dei Poveri - mi si disse -
desiderava avere un colloquio con me, io,
che non lo conoscevo né di nome né di
persona, fui fatto accomodare in un ufficio,
dove mi raggiunsero due giovani padri: uno
dei due, anzi, mi sembrò giovanissimo. Le
presentazioni si sa come sono: si biascica
il proprio nome mentre si stringe una mano,
e non si capisce di regola il nome
biascicato dall’altro. Fatto sta che dopo
circa mezz’ora che parlava dell’Opera del
Cusmano e del modo di presentarla con una
certa efficacia, proprio mentre mi chiedevo
se questo benedetto padre generale, che
m’aveva invitato a colloquio, si facesse
vedere o no, sentii che il più anziano,
almeno in apparenza, dei due giovani
sacerdoti, quello che mi era parso più
autorevole (“forse è il parroco” avevo
pensato), si rivolgeva all’altro, che s’era
tenuto in secondo piano, chiamandolo appunto
“padre generale”.
Loro non se ne accorsero, ma io rimasi
allocchito. L’ultima cosa che avrei supposto
è che quel “ragazzo in tonaca nera” - mi era
sembrato appunto così: un ragazzo - alto,
smilzo da far tenerezza, dimesso, la chioma
nera ondulata, il viso dolce e gli occhi
limpidi di bambino, senza pose, senza
sussiego, addirittura timido, di poche
parole, solo quelle assolutamente
necessarie, limpide e scultoree - potesse
essere il Superiore generale d’un Istituto
religioso con tante opere in Sicilia, un
collegio e una parrocchia a Roma e una
missione nel Congo .
Ora è lecito chiederci: fino a qual punto
Padre Francesco Spoto era consapevole della
propria umiltà? E come la viveva?
Risposte eloquenti a questi e ad altri
quesiti ci sono fornite dai suoi scritti e
tra questi, come ho già più volte
sottolineato, le lettere. Ne prendo due
emblematiche.
La prima: a Padre Pietro Fazio, superiore
generale uscente, che avrebbe voluto inviare
una circolare ai confratelli, nell’agosto
1959, mentre si attendeva la dispensa
canonica dall’età da parte della Santa Sede
per la conferma dell’elezione a Superiore
Generale, il Padre Francesco Spoto scrive:
A Lei mi rivolgo e mi rivolgerò con tono di
umile preghiera, di quella preghiera soffusa
di timidezza e mortificazione con cui anni
or sono Le chiedevo aiuto per la mia
famiglia. Con la stessa preghiera umile,
fatta di timidezza e mortificazione, in
questo momento Le chiedo di non mandare
questa circolare, di non farla conoscere a
nessuno. E come Lei è stato così benevolo e
comprensivo e generoso quando Le ho chiesto
aiuto per la mia famiglia, così spero che
sarà adesso che Le chiedo questo duro e
pesante sacrificio per una nuova famiglia la
sua e la mia che devo guidare, se arriverà
la conferma, io così giovane ed inesperto.
Ho compiuto forse un atto di superbia ad
accettare una elezione che dovrebbe rendermi
suo immediato successore, quasi che io
potessi fare più e meglio. Ma mi creda,
parlo con sincerità, non è stato per
superbia; ho accettato, convinto che la mia
elezione (se verrà confermata) non sarebbe
stata una diminuzione, ma piuttosto un
aumento della sua dignità, essendo stato io
un suo discepolo nella vita spirituale. La
speranza di poter fare del bene in questa
carica si fonda in Dio e su di Lei che mi
sarà, lo spero fermamente, di guida e di
sostegno .
La speranza, certamente: anche l’umiltà, che
lo fa sentire... “forte” nella propria
“debolezza”, perché questa virtù gli viene
dall’alto ed all’alto tende, come l’acqua
che incoercibilmente tende al mare. L’umiltà
che lo fa ritrovare ripieno di beni
inalienabili: il tesoro nascosto della
potenza di Dio; pieno di grazia e fecondo di
tutte le virtù: e anzitutto di quella virtù
che fa sentire la dignità di figli di Dio e
fa godere di vivere la sua stessa vita con
la pietà.
Come il suo modello, maestro e patrono, “il
poverello d’Assisi”, Padre Spoto era lungi
dal desiderare di essere adulato, lusingato;
lungi dall’ambizione, dalla ricerca dei beni
terreni; dall’alterigia spocchiosa di tanti
intellettuali e dall’arroganza di tanti
docenti, non coacervavit sibi magistros, non
“ammucchiò maestri per sé” (cfr. San Paolo,
2 Tim 4,3), e fu in guardia dall’eccesso di
letteratura per non trovarsi a doverne
soffrire, come Seneca (Ep. 106):
“intemperantia litterarum laboramus”.
Esattamente come l’Assisiate: «[…] Spesso
[…] incontrando qualche povero con carichi
[…] prendeva sulle sue spalle quei pesi,
sebbene fosse assai debole» .
Scrivendo all’adorata mamma, dopo essersi
premurosamente informato sullo stato di
salute e sulle visite del medico, non
dimentica di ringraziarla per avergli
confezionato alcune camicie; la prega,
tuttavia, di conservare un po’ della stoffa
per farne “alcuni polsi di ricambio, però un
po’ più stretti” .
Nella ricorrenza del Santo Natale del 1961,
ricorda a tutta la Congregazione che: «[…]
dalla sua culla Gesù Bambino c’insegna
l’umiltà e la semplicità (e che) […] per
eccesso d’amore il Verbo eterno si è dato a
noi nella semplicità e nell’umiltà: per amor
suo ogni anima deve darsi al prossimo nella
semplicità e nell’umiltà» .
Tutte le testimonianze concordano nel dire
che ogni volta che dovette porre in atto
questa virtù cardinale (e furono
numerosissime specialmente quando esercitò
il servizio di superiore generale), lo fece
in modo esemplare . Vediamo qualche
testimonianza.
Secondo un teste dell’inchiesta per la
beatificazione, Padre Francesco:
[…] fu sempre alieno da manifestazioni
contrarie alla giustizia verso Dio.
Agì sempre con rettitudine e lealtà, curando
gl’interessi della nostra Congregazione,
favorendo le buone doti dei Confratelli e
mai ledendo i diritti di alcuno.
Padre Francesco mostrò vera gratitudine
verso i benefattori propri e della
Congregazione e trattò tutti con equità e
sincera amicizia.
Mai ebbi a notare nel Servo di Dio atti di
ingiustizia verso il prossimo. Posso
aggiungere che neppure i suoi alunni ebbero
a lamentarsi dei voti ricevuti .
Questa testimonianza è significativa e
rappresentativa di tutte le altre rese nei
due differenti processi diocesani.
Possiamo evincere allora che egli fosse
dotato della giustizia, cioè della virtù che
è poi capacità di dare “a ciascuno il suo”
che vuol dire anche “dare a Dio quello che è
di Dio e a Cesare quello che è di Cesare”.
Padre Francesco trovava la giustizia andando
alla Fonte: presso Dio, come recita il
salmista (Cfr. Sal 70-71) e come la intese
San Francesco: “Tu sei la pace. Tu sei
gaudio e letizia. Tu sei la nostra speranza.
Tu sei giustizia. Tu sei temperanza. Tu sei
ogni nostra ricchezza” .
Nella sua breve vita, segnatamente quando
era gravato da responsabilità non
indifferenti, egli visse la giustizia in una
duplice prospettiva: teologica che acquista
una coloritura escatologica, come vedremo
tra breve; e quella nel comportamento
quotidiano dell’uomo, cioè inerente le
proprie azioni e quelle degli altri con i
quali si è in relazione.
Per esempio, in una omelia tenuta nella
“Novena di Natale” (dal 16 al 24 dicembre)
1958 dice:
[…] Il Messia estenderà il suo regno non con
la guerra e con le armi, ma col diritto e la
giustizia; onde non solo sono meravigliosi
gli attributi del Bambino Messia, ma anche
il suo regno è straordinario, e appartiene a
un ordine spirituale.
Questo regno spirituale è la Chiesa
cattolica, che si presenta universale nel
tempo e nello spazio, e si estende sempre
più colla sua azione benefica e pacifica.
Isaia parla ancora del Messia al cap. XI, la
cui descrizione si riallaccia intimamente ai
pensieri enunciati al cap. IX. 2, 7, poiché
li sviluppa e li completa. Là si parla dei
nomi del Messia, qui si parla dello Spirito
divino di cui è ripieno.
“E spunterà... (un fanciullo),... su cui
riposerà lo spirito del Signore, spirito di
sapienza e d'intelletto, spirito di
consiglio e di fortezza, spirito di scienza
e di pietà. Egli giudicherà con giustizia i
poveri e prenderà con equità la difesa degli
umili della terra. La giustizia sarà il
cingolo dei suoi fianchi”. Questo fanciullo
sarà perfettamente giusto verso tutti e
verso i singoli. Avrà cura speciale dei
poveri e degli umili, dei piccoli e dei
derelitti; procederà con la più integra
rettitudine senza far distinzione tra il
potente e il debole, tra il ricco e il
povero.
La conseguenza della giustizia nel governo
degli uomini sarà la pace, e il profeta ci
traccia un quadro stupendo della
tranquillità, dei costumi raddolciti,
dell'armonia universale che il regno del
Messia stabilirà su questa terra.
“Il lupo abiterà insieme con l'agnello, e il
pardo giacerà col capretto, il vitello, il
leone e la pecora saranno insieme e un
piccolo fanciullo li guiderà. Insieme
pascoleranno il vitello e l'orso, e insieme
staranno i loro piccoli”.
Da questi segni Sion riconoscerà il suo
Aspettato, e anche le nazioni, anche i
gentili riconosceranno dalla pace e dalla
giustizia Colui che deve venire .
Se la fede non lo dicesse apertamente, la
ragione coi suoi lumi naturali intuirebbe la
necessità di una giustizia e di una sanzione
suprema. La vita umana offre uno spettacolo
penoso, l'orgoglio, la prepotenza, la forza
bruta travolgono spesso e calpestano i
diritti del debole; i malvagi godono e
trionfano; gli innocenti soffrono; la
santità e la virtù sono disprezzate e
perseguitate. La ragione e il sentimento si
ribellano a questa ingiustizia ed esigono
concordi la restaurazione dell'ordine, che
imponga una sanzione infallibile secondo le
responsabilità di ciascuno. Non c'è
religione che non abbia la certezza d'un
giudizio e d'una sanzione divina per la vita
degli uomini .
Questo brano ha, secondo me, una grande
rilevanza perché, se è vero che per buona
parte la giustizia è presentata all’uditorio
nella sua accezione escatologica, è
altrettanto vero che secondo il nostro
protagonista, quando essa non c’è, il mondo
“offre uno spettacolo penoso” soprattutto
per colpa dei potenti, che non intendono
farne uso.
Per esemplificare il concetto di giustizia
in questa e in altre circostanze, molto
spesso direi, Padre Francesco ricorreva alla
“parabola dei talenti” (Mt 25,14) e per
catturare l’attenzione degli ascoltatori -
da quell’ottimo comunicatore che era -
evocava l’affresco della Cappella Sistina in
Vaticano: il michelangiolesco Giudizio
universale.
Quanto alla prospettiva delle relazioni
umane, il nostro Padre predicava che la
giustizia si raggiunge attraverso il
servizio e la carità. Nelle omelie sulla
giustizia appena citate, ricordava anche
che:
[…] il dovere di servire Cristo, donde
dipende il valore morale e l'eterna felicità
dell’uomo, si compie servendo il nostro
prossimo. “Tutto quello che avete fatto a
uno di questi minimi, voi l’avete fatto a
me”. Questa parola del Giudice sarà una
rivelazione per tutti: tanto per i giusti
benèfici quanto che per i cattivi senza
pietà; le persone da loro soccorse, ovvero
disprezzate, cederanno ben presto il posto a
Gesù Cristo, giudice di tutti gli uomini. In
questa scena, più che in ogni altra, si vede
come Gesù riassume in sé l’umanità intera,
avendo preso sopra di sé il carico delle
loro miserie, non solo per portarne la sua
parte, ma per soffrire di ognuna delle
nostre in particolare, e poté così
pretendere da noi, che assistiamo il nostro
prossimo. L’insegnamento preferito di Gesù
fu sempre quello dell'amore di tutti gli
uomini, in particolare dei nemici; il
perdono delle offese, a imitazione del Padre
celeste che fa nascere il suo sole e sparge
la sua pioggia sopra i buoni e i cattivi; da
questo perdono, concesso o rifiutato,
dipende il perdono che ci aspettiamo da Dio.
Molto spesso Gesù ha ripetuto lo stesso
insegnamento nelle sue parabole, e anche
nelle istruzioni degli ultimi mesi aveva
mostrato più d'una volta che tutta la legge
si riduce ai due comandamenti d'amar Dio e
d'amar il prossimo, e che questi due
comandamenti sono simili e strettamente
uniti tra loro .
Giustizia vuol dire per Padre Francesco
anche una chiara interpretazione del senso
del dovere e della responsabilità
nell’espletamento delle funzioni e delle
mansioni abituali. Sappiamo quanto
apprezzasse il Confratello Dolcimascolo e
quanto gli fosse grato per la collaborazione
prestata nel periodico “La Carità”.
Nonostante ciò in una lettera inviatagli da
Palermo l’11 maggio 1963, gli dà quella che
in gergo scolastico si chiama “strigliata”.
Che cosa era successo? Gli articoli del
Dolcimascolo erano sì di qualità, e perciò
apprezzabili, ma ... consegnati in ritardo e
quindi procuravano infinite preoccupazioni
al direttore Padre Francesco Spoto. Ergo,
perentorio invito alla puntualità ed al
rispetto degli impegni: «Il Bollettino non
può aspettare! […] Bisogna mettersi
“definitivamente in orbita” e non uscire più
fuori» .
“Scrivo a voi giovani, perché siete forti e
la Parola di Dio dimora in voi” (1Gv 2, 14).
La fortezza è la virtù morale soprannaturale
che rinsalda l'anima nel perseguire un bene
difficile, senza lasciarsi smuovere dalla
paura, nemmeno dal timore della morte. È la
virtù che crea i martiri ed i confessori.
La sua azione specifica consiste nel
penetrare la realtà vera e nell'aderire
incoercibilmente al senso dell'essere.
Padre Francesco sviluppò e visse questa
virtù. Abbiamo raccolto alcune testimonianze
le quali, in sintonia perfetta, ci
descrivono la fortezza da lui esercitata:
«Relativamente alla virtù della fortezza,
soltanto posso affermare che P. Spoto la
dimostrò con chiara evidenza particolarmente
nell’ultimo periodo della sua vita» .
Il suo senso della responsabilità lo portava
anche a essere forte, tenace, per poter
compiere gli impegni affidatigli dai
superiori, dai compagni ed anche dal suo
ruolo di superiore. Un altro testimone ha
affermato:
egli affettuosamente veniva indicato dai
Confratelli con l’appellativo di “tedesco”,
per significare la fortezza e la tenacia da
lui adoperate negli impegni quotidiani:
lavoro, studio, formazione umana, cristiana,
religiosa e sacerdotale nell’intento di
utilizzare i doni ricevuti da Dio per la Sua
gloria e la salvezza dei fratelli.
Anche il Servo di Dio, come gli altri
Confratelli, sopportò con santa virilità le
gravi sofferenze fisiche durante il periodo
bellico, a motivo della mancanza di alimenti
necessari alla vita e di quanto poteva
essere utile per gli studi e l’assistenza ai
giovani.
Gli ultimi avvenimenti nella Missione di
Biringi perfezionarono e resero note le
virtù che P. Spoto aveva acquistato ed
esercitato durante la vita, e, in modo
particolare, la fortezza e serenità con le
quali accettò l’olocausto finale .
L’oggetto della fortezza consiste nel
reprimere le impressioni della paura e del
timore, nel moderare l'audacia, nel
controllare con temperanza le proprie
tensioni, nell'aderire sempre a Dio.
Gli atti della fortezza consistono
nell'intraprendere cose difficili e nel
portarle a termine: ardua aggredi et
sustinere. Ma vuol dire anche soffrire per
mantenere il senso dell'essere, ossia la
comunione con Dio (e con i fratelli).
Uno dei periodi più difficili, però anche
più ricchi della sua vita, è stato il
viaggio in Africa. È qui che dimostra
fortezza, più che altrove, come dichiarano
molti testimoni di quel periodo della sua
vita:
Posso affermare che anche nell’ultimo
periodo della sua vita, quando più dolorose
furono le sue sofferenze, il Servo di Dio le
sopportò con pazienza ed eroica fortezza.
Mai egli mosse una lamentela contro i
disegni di Dio o contro le persone che gli
avevano procurato le sofferenze .
Alle domande sull’esercizio della cristiana
fortezza posso semplicemente rispondere che
il Servo di Dio sopportò le gravi sofferenze
fisiche e psichiche dell’ultimo periodo
della sua vita, sottomettendosi alla Volontà
del Signore, come lui stesso suggeriva ai
Confratelli che subivamo le stesse pene .
Il comportamento esteriore del Servo di Dio
non tradiva alcun segno di debolezza
spirituale, ma dimostrava sempre una
spiccata tendenza verso la perfezione.
In modo particolare il coraggio e l’eroica
fortezza di P. Spoto emersero quando egli
offrì la sua vita per la salvezza dei
Confratelli Missionari .
L’eroicità della fede, la fortezza nella
fede, la costanza, la fermezza, il coraggio
leonino del lottatore: sono tutte variazioni
su un unico tema che, a prima vista,
potrebbe apparire almeno “singolare” per una
creatura di Dio “umile e semplice” quale
egli desiderava essere. Se, inoltre,
prendiamo atto, dalle sue stesse
dichiarazioni, che fino al giorno
dell’elezione a Superiore Generale questo
giovane sacerdote, studioso, timido,
riservato, questo intellettuale per
costituzione e vocazione era vissuto
piuttosto schivo, immerso nel silenzio della
sua piccola camera, dove pregava e preparava
sermoni e lezioni: ebbene, si potrebbe
davvero restare sorpresi di fronte allo
stesso uomo che, come Superiore e
Missionario, affrontò le circostanze avverse
senza deflettere, in una progressione di
forza d’animo, di coraggio, fino
all’eroicità dimostrata nel momento supremo
dell’offerta totale e della morte.
No, non c’è neanche l’ombra di
contraddizione nelle due diverse
manifestazioni dell’interiorità e del
comportamento di Padre Spoto, solo che si
vogliano considerare e le testimonianze e il
materiale scritto che, fortunatamente, ci
resta di lui .
Si può dire che egli sia sempre vissuto in
precedenza con la disposizione e il coraggio
di affrontare anche il martirio, e che
coltivava e custodiva gelosamente nel cuore
questa disposizione.
Tre citazioni tra le tante. La prima è più
che altro un’osservazione tratta dai suoi
continui riferimenti a Isaia: tra le tante
denominazioni date dal profeta al Messia,
Padre Spoto ne predilige una: “Dio Forte” (Is
9, 1.7).
La seconda. L’eroicità che tanto ammira in
San Giovanni Battista, in San Cipriano, in
Santo Stefano, in Santa Lucia, in Tommaso
Moro, la “mette in cornice” con questa sua
frase lapidaria: «La fede cattolica richiede
caratteri forti, eroi, non anime deboli. È
stato sempre così, lo è oggi e lo sarà» .
La terza riguarda la Santissima Vergine. In
particolare mi riferisco all’«Addolorata».
Ecco alcune parole pronunciate nella omelia
ad Alimena (Pa) il 13 aprile 1957 :
Il dolore fu sempre il compagno indivisibile
di Maria: sul Calvario, ai piedi della croce
[…]. La Chiesa, per darci un’idea di questi
dolori, li ha paragonati ad un mare di cui
non ci è dato di scorgere i confini. […] La
Madonna vide Gesù spogliato delle vesti, […]
stette a contemplarlo in croce per ben tre
ore: […] non svenne, non vacillò, non
delirò. […] S. Giovanni Evangelista,
testimone oculare [afferma] che stava ritta:
è precisamente l’attitudine degli animi
forti.
L’animo della Madre di Dio era ripieno di
Spirito Santo, lo stesso che sorregge i
martiri fino all’olocausto, come - appunto -
Padre Francesco Spoto, in una conferenza su
Tommaso Moro, si esprimeva:
Esempi di debolezza e di fermezza nella fede
ne troviamo, in tutti i secoli. Due di
profonda risonanza ne trovo nel secolo XVI
nella storia dell'Inghilterra.
Enrico VIII re dell'Inghilterra, è cristiano
e divoto della Chiesa romana. Un giorno
s'invaghisce di una donna e pensa allora di
ripudiare la sposa. Chiede al Papa
l'annullamento del legittimo matrimonio. Il
Papa dice che non glielo può concedere
perché Dio non lo permette. Il re allora si
distacca dalla fede cattolica e fonda una
chiesa protestante. Carattere debole che lo
rende infedele e ridicolo per la sua
passione. Dinanzi alla sua defezione c'è
però un esempio mirabile di fermezza.
Il re obbliga il suo cancelliere, primo
ministro del regno, a rinunziare alla fede e
ad approvare il suo secondo matrimonio. Il
cancelliere è Tommaso Moro, il più grande
avvocato del tempo, popolarissimo per il
bene apportato alla patria, letterato di
grande abilità diplomatica. Di ferma fede il
Moro si rifiuta e risponde imperterrito:
“Non posso, maestà, rinunziare alla mia fede
cristiana e approvare una tua passione”.
Dopo lunghe insistenze il re riconosce che
non è possibile piegare un simile carattere
e lo condanna alla morte. Un colpo di spada
tronca il suo capo, ma la sua fede rimane
ferma. Esempio mirabile di fermezza che
raggiunge le vette dell'eroismo.
Io lo ammiro moltissimo. Il missionario
cattolico che preferisce perdere la vita pur
di mantenere la fede è degno di ammirazione:
il missionario però non deve rinunziare ad
affetti familiari. Il Moro sì: è padre di
famiglia, ha una sposa, ha dei figli, una
posizione sociale che viene dopo il re. Ma
per difendere la fede non considera nulla, e
alla sposa, ai figli che lo vanno a visitare
nella prigione dice: non temete, siate
costanti nella fede e ci rivedremo in
Paradiso.
L'incostanza nella fede ha fatto di un re
cristiano, un apostata; di un cancelliere un
Santo. Il Moro, è stato santificato da Pio
XI. Gesù Cr. aveva detto “chi ama il padre o
la madre, o la sposa o i figli più di me,
non è degno di me” .
Rammentando che la prudenza è la virtù
morale fondamentale che inclina l'intelletto
che legge a fondo (cioè dentro) per
scegliere, in ogni circostanza, i mezzi
migliori a ordinare i vari fini intermedi al
fine ultimo; che è collegata in modo
particolare col dono del Consiglio (“Siate
dunque prudenti” (Mt 9, 16)), e ricordando,
infine, che essa è necessaria per dirigere
se stessi nel grande numero di fini
intermedi plurivalenti, allettanti, diversi,
positivi, ma sempre decisivi, si può con
sicurezza asserire che Padre Francesco in
parte possedeva, in parte si imponeva gli
elementi costitutivi della prudenza: 1)
esaminare con maturità; 2) giudicare con
ponderatezza; 3) risolvere con senno; 4)
eseguire bene.
Vari testimoni, infatti, dicono di lui:
[…] Era molto riservato; e pertanto, a mio
avviso, avrà bene esercitato la virtù della
prudenza .
Egli svolse la sua attività in seno alla
Congregazione col prudente senso del dovere
e della responsabilità, mirando
esclusivamente al bene spirituale e
temporale di tutti .
Il Servo di Dio esercitò la virtù della
prudenza, non mostrando mai interessi
personali, ma sempre desiderando il bene
degli altri, particolarmente quando, da
Superiore Generale, dovette risolvere
speciali casi dei Confratelli.
[...] Posso affermare che P. Spoto fu sempre
prudente, sia nel dare consigli ed
esortazioni, sia nel tratto con tutti, anche
con le donne; egli era abitualmente semplice
e riservato .
Fu sempre prudente, anche quando da
Superiore, dovette trattare gli interessi
della Congregazione e dei sudditi. Da
giovane sacerdote alcune volte mi rivolsi a
P. Spoto per consigli spirituali,
particolarmente sul modo di comportarmi
verso i penitenti; posso dire che i suoi
consigli mi sono stati e mi sono ancora
utili.
Posso affermare che P. Spoto, anche per il
suo serio carattere, fu sempre riservato e
prudente nel tratto con tutti.
La decisione del Servo di Dio relativa alla
sua permanenza a Biringi, secondo me, non fu
affatto mancanza di prudenza, ma esercizio
della sua forma mentis .
Nel suo modo di comportarsi con i sudditi e
con le altre persone P. Spoto usò la
necessaria prudenza, sempre ed
esclusivamente mosso dal fine soprannaturale
di procurare il bene delle loro anime .
[…] Debbo ritenere che egli abbia usato la
debita prudenza con tutte le persone, anche
perché era molto equilibrato .
A me non risulta che P. Spoto talvolta abbia
mancato alla virtù della prudenza. Tuttavia,
per il suo carattere alquanto austero,
soprattutto con se stesso, e per l’iniziale
sua inesperienza delle responsabilità
inerenti all’ufficio del Superiorato, è
possibile che P. Spoto abbia dato a qualche
suddito l’impressione che taluni suoi
interventi nel predetto ufficio siano stati
scarsamente ponderati .
Ho sperimentato la prudenza di P. Spoto,
come consigliere, quando gli confidai le mie
perplessità circa la vita missionaria da
intraprendere in Africa. […] In quella
circostanza, i consigli del Servo di Dio
furono veramente illuminanti e
d’incoraggiamento.
So che P. Spoto decise di venire nella
Missione di Biringi per rendersi
personalmente conto della nostra situazione,
che cominciava a prospettarsi incerta e
pericolosa. A mio giudizio, tale decisione
fu prudente e giusta, poiché P. Spoto era il
Superiore Generale.
Fu ancora prudente e caritatevole la sua
decisione di rimanere nella Missione. […]
Allo scopo di condividere, insieme a noi
Confratelli, le vicissitudini e le
sofferenze di quel tragico periodo .
Sono certo che P. Spoto maturò la decisione
relativa alla sua partenza per l’Africa alla
presenza di Dio e nella consapevolezza dei
rischi cui andava incontro; stimò suo
particolare dovere portare l’aiuto morale
necessario ai Confratelli missionari in quel
particolare periodo e in quelle gravi e
pericolose circostanze.
Appena egli giunse a Biringi e si rese
maggiormente conto dei pericoli, con grande
prudenza rimandò in sede P. Rinaldi e
preferì rimanere nella Missione con
singolare generosità e fiducia in Dio. Non
mi constano atti d’imprudenza nel Servo di
Dio .
Ritengo di potere asserire che la partenza
del Servo di Dio per l’Africa fu un gesto
consono al suo profondo senso del dovere;
infatti, conoscendo la pericolosità degli
eventi nel Congo, egli, da prudente
Superiore, volle rendersene conto
personalmente.
Relativamente poi alla sua ed alla nostra
permanenza in Africa, posso anzitutto dire
che P. Spoto, pur potendoci obbligare (come
aveva fatto con P. Rinaldi) a ritornare in
Italia, prudentemente volle lasciarci
arbitri e responsabili. E quando P.
Sanfilippo e noi giovani Confratelli
decidemmo di non abbandonare, per amore dei
fedeli, la Missione, egli volle rimanere
accanto a noi, come un Padre resta accanto
ai figli bisognosi di conforto .
La prudenza è necessaria nel praticare
l'apostolato: relazioni interpersonali,
scuola, famiglia, malati, anziani, dottori,
personale, confessori ecc., ed è questo che
Padre Francesco ci ha lasciato scritto in
alcune prediche e lettere.
Quando si rese conto di non poter
abbandonare i confratelli, decise di restare
in Africa e allora, per il bene della sua
amata Congregazione, comunicò il 20
settembre 1964 a Padre Blanco, vicario
generale, le dimissioni dal proprio ufficio
con due lettere (una personale e una
ufficiale). La lettera ufficiale però è
datata 1 gennaio 1965. Eccone il testo:
Io sottoscritto Sac. Francesco Spoto,
Superiore Generale della Congregazione
“Missionari Servi dei Poveri” (Boccone del
Povero), non potendo più espletare per
l'ultimo semestre le funzioni inerenti a
tale carica, perché rimasto bloccato nella
missione del Congo a causa della rivolta
politica, presento ufficialmente al
Consiglio della medesima Congregazione e
alla competente autorità ecclesiastica, le
dimissioni dalla suddetta carica.
In tal modo il Vicario Generale della
medesima Congregazione, Sac. Francesco
Blanco, potrà guidare l'Opera con piena
autorità e tenere entro i sei mesi la
convocazione ordinaria del Capitolo per la
nomina del nuovo Superiore Generale.
Ringrazio pertanto i Rev.mi PP. Consiglieri
e tutti i Religiosi per l'affettuosa e
intensa collaborazione da loro generosamente
avuta nella difficile carica; rinnovo i miei
sensi di profondo attaccamento ed intenso
amore per la Congregazione, il cui progresso
spirituale e materiale costituisce l'unico
ideale della mia vita e mi metto a piena
disposizione del nuovo Superiore Generale,
pronto a eseguire fedelmente e anche col
sacrificio della vita i di Lui ordini.
Mi raccomando pertanto alle preghiere dei
Rev.mi PP. Consiglieri e degli altri
religiosi, perché il Signore mi aiuti e mi
protegga in questo campo di lavoro .
Le dimissioni erano state reiterate sempre a
Padre Blanco il 7 novembre 1964. La lettera
arrivò a Palermo alla fine dell’anno.
Al Padre Vicario chiedeva di informare il
Consiglio, per una questione di correttezza
morale. Padre Spoto ignorava che prima che
le dimissioni pervenissero a Palermo per lui
si sarebbero già aperte le porte del
Paradiso. Ma ecco la lettera del 7 novembre
1964:
Biringi, (Congo) 7.11.1964
Al Rev.mo
P. Francesco Blanco
Vicario Generale della Congr.
“Missionari dei Poveri”
e per conoscenza
ai Rev.mi PP. Consiglieri
Oggetto: Relazione sulla visita alla nostra
missione di Biringi.
Sia Gesù amato da tutti i cuori!
La visita alla nostra missione di Biringi
(Congo) mi ha dato la soddisfazione di
constatare personalmente il lavoro compiuto
con grandi sacrifici dai nostri Religiosi:
la fede cristiana è stata accolta dalla
popolazione indigena con grande entusiasmo e
numerose e costanti sono le conversioni.
L'avvenire della missione si delinea
promettente di copiosi frutti.
La mia permanenza nella nostra missione
doveva prolungarsi al massimo per tre mesi.
Intanto la situazione politica si è
aggravata rapidamente e non è più possibile
passare la frontiera, finché non tornino di
nuovo la normalità e la pace.
[…] Essendo io quindi costretto da questa
incerta situazione a restare qui, non posso
più assolvere i miei doveri di Superiore
Generale.
Rassegno quindi nelle sue mani le mie
dimissioni ufficiali da tale carica, in
maniera che Lei con Consiglio, possa guidare
con piena responsabilità la Congregazione e
tenere regolarmente la celebrazione del
Capitolo per la nomina del Nuovo Superiore
Generale. Sarò lieto di poter essere
presente anch'io. Nel caso che non mi fosse
possibile, La prego di considerarmi
ugualmente presente e di porgere i più
affettuosi saluti a tutti i Rev.mi PP.
Capitolari.
Intanto io cercherò qui di rendermi utile
impegnando quelle poche e limitate energie
che il Signore mi concede per continuare
l'apostolato in mezzo a questa popolazione.
Mi raccomando alle preghiere di tutti i
Religiosi, perché il Signore mi aiuti in
questo prolungato soggiorno nella nostra
missione.
Dev.mo
Sac. Francesco Spoto .
La virtù della prudenza ci invita anche a
meditare e pensare prima di prendere una
decisione, per cui è cosa buona accostarsi
con la preghiera a Cristo in tale
circostanza; perciò Padre Francesco esorta i
confratelli:
”Prima d'ogni decisione importante
rievochiamo nell'anima nostra l’immagine di
Cristo, concentriamo in essa la nostra
attenzione e chiediamoci: “Compirebbe Egli
quest'azione?” Oppure, “L’approverebbe o no?
Mi benedirà per quest'opera?”
“Io propongo a tutti questa norma che non
può ingannare. In tutti i casi dubbi, quando
avete la facoltà di scegliere, ricordatevi
di Cristo, richiamate alla vostra mente la
sua Persona vivente, com’è in realtà, e
confidategli tutto il peso dei vostri
dubbi...” .
Perché è con “queste norme” che il cristiano
deve vivere e crescere in Dio e nel Cristo.
La regola della prudenza, ovviamente, è il
“Regno dei cieli”, la vita in Dio e, quindi,
il cammino di fede.
“Con la vostra perseveranza (patientia),
godrete del dominio delle vostre anime” (Lc
21, 19).
L'esercizio della virtù della temperanza
conduce al dominio di sé e, perciò, è
necessaria per tutti. Lo è particolarmente
per i cristiani che vogliono essere figli
della luce e, come è specifico dovere dei
consacrati, debbono risplendere nel dominio
di sé con quella prudente moderazione che,
unita alla fede, regola il comportamento
morale, teologico e ascetico di chi ha
coscienza di essere unito al Cristo per
vivere nel Regno di Dio.
La temperanza è madre della fortezza in
quanto, operativamente, è forte chi mantiene
il dominio di sé. In questo senso la
temperanza aiuta a mantenersi
volontariamente nella comunione con Dio.
In Padre Spoto, la temperanza è anche
l’attitudine che unifica questa e le altre
virtù. Tutti i testimoni sono d’accordo nel
dire che Padre Spoto «era riflessivo ed
equilibrato; pertanto debbo ritenere che
abbia saputo mantenere il sereno controllo
di se stesso o di eventuali passioni» .
«Ricordo che mi diceva che la buona
educazione è mezzo e sprone alla temperanza»
.
Descrittivamente la temperanza si definisce
come virtù per cui la persona mantiene il
totale dominio di sé nell'esplicare le
proprie energie e per indirizzarle al fine
voluto. Fine che, nel cristiano, è
l'attuazione del Regno di Dio dentro di sé:
da qui la correlazione tra temperanza e
autodominio.