Beato Francesco Spoto, Superiore Generale
della "Congregazione dei Missionari Servi dei Poveri - Boccone del Povero", fondata dal Beato Giacomo Cusmano
il 21 Novembre 1887

 
   
 
 

 

 
 

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LE VIRTU'

 

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Introduzione  

Le Virtù Teologali
e dell'Umiltà

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Fede

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Speranza

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Carità

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Umiltà

Le Virtù
Cardinali

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Giustizia
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 Introduzione alle Virtù
Ogni sacerdote in più è un arricchimento per il mondo; ogni sacerdote in meno è un impoverimento per il mondo: il 27 dicembre 1964 il paradiso si scoprì più ricco e la terra si accorse di essere più povera perché era morto Francesco Spoto, sacerdote missionario in terra d’Africa.
Il Vice Postulatore della Causa di Beatificazione, Padre Matteo Saladino , riferendosi a lui, ha osservato: “Sembra che avesse conosciuto la brevità del suo tempo, perciò egli corse sempre”.
È questa una caratteristica che appare costante nella vita del nostro Padre: correre.
Corse come uomo, come religioso, come sacerdote, come superiore e infine andò pure correndo verso l’altare del sacrificio supremo.
Altra costante del suo stile di vita furono l’attaccamento al dovere e il senso della responsabilità. Nulla, infatti, riusciva a distrarlo dall’assolvimento scrupoloso delle incombenze quotidiane.
Grazie alla lettura-indagine dei suoi scritti, si scoprono in Padre Francesco Spoto doti umane finemente scolpite dall’esercizio delle virtù e dalla radicale apertura alla grazia che fanno di lui un piccolo capolavoro di Dio. Si potrebbe anche dire che il Signore lo ha abbellito con queste qualità:
- temperamento deciso e volitivo, capace di andare fino in fondo nelle proprie scelte;
- intelligenza limpida ed intuitiva, fatta apposta per indagare e penetrare nella realtà e nel mistero, cosa che ne facilitava la contemplazione mistica;
- amabilità, signorilità e dolcezza nel tratto;
- senso del dono di sé al prossimo per amore di Dio;
- attitudine materiale al rispetto e al servizio altrui, sviluppata in chiave evangelica, alla luce dell’esempio di Gesù Cristo e perfezionata ulteriormente nella di lui sequela;
- capacità di effondere amore in ogni rapporto;
- ossequio assoluto al comandamento “onora il padre e la madre”, nell’assumerli come modelli di rettitudine;
- rispetto adorante per la mamma, conservata assieme alla Madonna nel tabernacolo del proprio cuore, sì da invocarne i nomi fino all’ultimo respiro;
- dono di trattare ed amare i giovani come tanti figlioli o fratelli minori;
- capacità di effondere amore in ogni rapporto, di farsi voler bene e di dare e ricevere amicizia con semplicità di cuore;
- saper generare nel proprio animo (e poi effonderla ad amici e collaboratori) una mirabile armonia tra umanità e spiritualità;
- atteggiamento d’amore e riconoscenza perenne per il Signore, tanto misericordioso da averci donato e conservato la natura: della quale sa cogliere la grandiosa bellezza, anche nei minimi particolari, quali la corolla di un fiore o il canto di un usignolo, in perfetto “stile” francescano;
- fare della propria vita una finestra spalancata, attraverso la quale tutti possano posare lo sguardo su colui che fa continuamente dono di sé, in una incessante dilatazione d’amore.
Qualora fosse possibile fare una sintesi di una tale personalità, si potrebbe arrischiare questa: in lui la parola pronunciata e scritta si fa spiritualità e “canta” l’amore del Verbo che è poi forse il vero segreto della sua dolce serenità. D’altronde “Dio abita dove lo si lascia entrare” .
Nel silenzio arcano della sua anima, Padre Francesco Spoto disse fin da piccolo il suo sì al Signore e gli fu fedele sempre, fino a quel fatidico 27 Dicembre 1964, nella povera capanna di Agatone in Congo.
Di particolarmente vistoso nella sua vita non apparve mai nulla; ma sempre e da tutti fu notato e lodato il suo impegno forte, dinamico e continuativo verso le alte vette.

LE VIRTU' TEOLOGALI E DELL'UMILTA'
 Fede

Per i testimoni della sua breve esperienza terrena, Padre Francesco era completamente impregnato di profonda fede .
Il suo comportamento, nel periodo in cui l’ho frequentato, mi dimostrava la sua filiale sottomissione al Signore nel seguire i dettami di Cristo, il quale vuole che tutti siano perfetti come il nostro Padre celeste.
[…] Ho ascoltato le lezioni di Catechismo, che P. Spoto diede a noi Fratelli laici; di alcune sue prediche; posso dire che a mio giudizio quanto egli diceva era esperienza della sua vita e manifestazione della sua Fede in Dio. E pertanto è chiaro che egli, con le sue parole, mirava a promuovere la gloria del Signore e la salvezza delle anime .
Alcuni ne mettono in evidenza il Cristocentrismo:
Tutta la pietà del Servo di Dio era Cristocentrica e tutti i Misteri della santa Fede erano da lui meditati e professati in quest’ottica; e pertanto la sua predicazione e le sue esortazioni, ben nutrite di Sacra Scrittura e documenti ecclesiastici, erano autentico annunzio della Parola di Dio e trasmissione della sua fede .
Significativi anche i ricordi di chi ama ricordarlo nel suo carisma di predicatore: In modo evidente si notava che egli nella predicazione era convinto di quanto diceva sulle verità della nostra santa Religione; anche nei colloqui con le persone ricorreva con una certa frequenza a pensieri sulle verità divine, particolarmente sulla fiducia in Dio e sottomissione alla sua Volontà .
Molte altre testimonianze, in sintonia totale, giungono alla conclusione che viveva la Santissima Eucaristia con molta devozione.
C’è chi ricorda che: «Nella recita dell’Ufficio divino e nella celebrazione della Santa Messa, era particolarmente attento e devoto, sì da edificare quanti vi partecipavamo» .
Mentre un altro afferma: «Padre Spoto celebrava quotidianamente la Santa Messa con raccoglimento e fervore; partecipava assiduamente e devotamente agli atti di pietà comunitari» .
Altri affermano:
A proposito, ricordo che Mons. Tarantino, Vescovo di Arua, mi disse di esser rimasto molto edificato quando ammise P. Spoto a celebrare la Santa Messa nella sua Cappella.
[...] Ricordo, in particolare, che, quando ne era richiesto, dedicava facilmente anche parecchie ore ad ascoltare le sacramentali confessioni dei fedeli .
Un teste nel rammentare che Padre Spoto aveva accettato il superiorato «[…] come espressione del Volere divino», soggiunge che egli «[…] coltivò la virtù soprannaturale della fede, vivendo abitualmente nel filiale timore di Dio e sempre sottomesso alla divina Volontà» .
Un fedele congolese rimase molto impressionato dalla capacità che egli aveva di manifestare e trasmettere la fede: [...] L'ho visto celebrare delle messe nella capanna e fare delle omelie che i confratelli traducevano. Aveva veramente lo spi¬rito di fede, tanto che aveva preparato un viottolo nella piccola foresta dove si trovava la capanna per recitare il suo rosario ogni giorno .
Le chiare affermazioni dei testimoni trovano puntuale conferma nell’esperienza personale, spirituale e apostolica del Padre Spoto come ci rivelano i suoi scritti, espressione di profonda convinzione.
Parla della fede come intima adesione dell'intelletto alla verità; adesione che ci unisce a Dio con la più totale confidenza facendoci entrare in comunione di vita e di pensiero con Lui.
[…] La Fede è l’accettazione di una verità rivelata da Dio. […] Essa comporta una certezza, che - per la sua profondità spirituale - non ammette alcun dubbio. La verità principale da credere fermamente è l’esistenza di Dio, creatore dell’Universo e Rimuneratore del bene e del male.
[…] Amate la vostra Fede: essa vi dà forza incrollabile nei momenti difficili della vita, pace e gioia nell’anima! .
La virtù della fede è il “richiedere incondizionatamente, totalmente, gioiosamente, perché torniamo a vedere”. Gesù c’è, passa, chiama, istruisce, guarisce, incanta. C’è Gesù che mi ama, Gesù che è luce, che è fiamma che arde.
Parla della fede come intima “testimonianza delle opere” e cita, in proposito, lo scrittore francese P. Bourget : «Alla fede devono corrispondere le opere. Se non si opera come si crede, si finisce per credere come si opera».
Padre Francesco durante una conferenza ai sacerdoti, 16 gennaio 1962, richiamando la festa dell’Epifania parla della fede come strumento necessario per la salvezza:
[…] La festa dell’Epifania deve essere per noi essenzialmente una festa di Fede e deve produrre in noi un aumento di tale virtù che ci renda apostoli zelanti. […] La Fede soprannaturale è indispensabile per la giustificazione e il conseguimento dell’eterna salvezza. […] Per noi sacerdoti, continuatori della sua opera, la Fede deve essere il fondamento della nostra attività.
La fede è vista ed è vissuta con veemenza, come il punto d’appoggio dell’attività sacerdotale, non sottacendo che, se è vero che la fede è la prima tra le virtù, è parimenti vero che il tramite privilegiato per arrivare ad essa è la carità da “fare ai poveri e inculcare ai ricchi!”: è il per caritatem ad fidem del Cusmano. È la stessa visione evangelica del venerato e mai abbastanza imitato fondatore, il quale considerava la carità “un ponte tra le classi più agiate e quelle degli indigenti”. Nozione, questa, che trovò concretizzazione nell’intuizione del “Boccone del Povero”. A conclusione, della suddetta conferenza, aggiunge:
[…] La Fede è realtà di cose sperate e convincimento di cose che non si vedono. Fede, in generale, significa l’adesione intellettuale a una verità o a un dato di fatto, che non posi sulla visione diretta dell’oggetto. È l’accettazione di una verità per sé non evidente […] per impulso della propria volontà libera. […] La nostra vita non ha alcun significato senza la Fede. […] Il Cusmano fece risplendere la sua Fede […] ci farà volare fino al Cielo e ci riporterà a Dio
[…] Dobbiamo essere sacerdoti di Fede, sacerdoti per la Fede, e la carità che faremo ai poveri - nei paesi civili e nelle terre di missione - e che inculcheremo ai ricchi, deve essere il mezzo più semplice per arrivarvi .
Altra accezione della fede in Padre Spoto è l’atteggiamento nel sacerdote ed anche nei religiosi e nei laici in genere di “accettazione e santa rassegnazione di fronte alla volontà di Dio”.
Ed ancora: fede come invito agli altri di pregare per noi, che siamo deboli e indifesi e possiamo solo confidare nella Misericordia Divina.
C’è una lettera del 14 luglio 1951 (pochissimi giorni prima dell’ordinazione) nella quale esorta il cugino, Padre Domenico Cufaro, a ricordarlo «[…] nella Messa e nelle altre preghiere: raccomandami al Signore affinché possa ben prepararmi a quel passo, decisivo per tutta la vita presente e futura» .
Com’è lodevole quest’ansia nell’anima del giovane sacerdote ordinando e quanta consapevolezza oltre che devozione nel religioso, nel fedele che non può non raccomandare se stesso alla preghiera individuale e comunitaria. Tutti abbiamo bisogno di preghiere: il sacerdote più degli altri. Basta sfogliare l’epistolario spotiano per imbattersi in tante implorazioni come questa!
Eccone un’altra, anch’essa emblematica. È del 9 novembre 1959: da poco tempo è Superiore Generale e si rivolge alla madre (dandole del “Lei”): «[…] Certo si consolerà di questa mia elezione: ma non deve consolarsi tanto, deve soltanto pregare per me. È una grave responsabilità quella che mi è stata affidata […] Bisogna rassegnarsi alla volontà di Dio! […] Confido nel Signore: […] alle mie debolezze riparerà lui» .
 

 Speranza

Nella virtù della Speranza egli raggiunge una dimensione di grande rilievo. Mette l’ufficio di Superiore Generale nelle mani di Dio e scrive: «[…] Accetto questa responsabilità dalle mani di Dio, con la fiducia che sostiene i deboli e colma le deficienze umane».
Il 19 novembre 1961 segna una data estremamente significativa e commovente. Tutta la Congregazione celebra la messa per invocare la benedizione di Dio su due Confratelli che stanno per partire per la Missione congolese di Biringi. Nel consegnare loro il Crocifisso, Padre Spoto ricorda a Padre Ruggiero e Fratello Mangione il luminoso esempio di San Francesco Saverio: «[…] Unico conforto, unica speranza è il Crocifisso, che tiene fra le mani. E solo contemplando quel crocifisso, San Francesco muore di fronte alla Cina», purtroppo mai raggiunta. Del continente africano dice ai due missionari che «[…] in mezzo a questo fermento, che desta tanta preoccupazione, una lieta constatazione riempie l’animo di fiduciosa speranza: l’Africa accoglie la fede cristiana con entusiasmo e ardore» .
In proposito Papa Pio XII aveva detto che la «faccia del mondo potrebbe essere cambiata con una vittoria dello spirito missionario» .
In una lettera del 5 marzo 1962 a Padre Graceffa (superiore della casa di Velletri - Missione P.O.A. e cappellano presso il locale ospedale), il superiore generale ricorda lo stato finanziario molto precario della Casa madre, che non può aiutare la nuova opera della Congregazione. Nondimeno non lascia Padre Graceffa nell’amarezza e nello sconforto, anzi fa di tutto per sollevarlo: con un colpo d’ala che solo la carità, la misericordia e la delicatezza del suo animo possono avergli ispirato, così conclude la lettera: «[…] Tuttavia, non sono scoraggiato: la Provvidenza del Signore, come Lei ben m’insegna [notate le virtù dell’umiltà e della modestia sempre pronte a manifestarsi!] è grande!» .
Le ragioni della speranza in lui sono poche, semplici, granitiche e consolanti.
La speranza che non l’abbandona e che incessantemente profonde e trasmette è che il fondatore non potrà «lasciare l’Opera in abbandono, in un momento in cui c’è tanto bisogno della sua intercessione presso il Signore […] Lo farà certamente […] per i suoi Missionari, affinché siano […] pieni di tutte le virtù» .
Una seconda ragione di speranza per lui è che l'esperienza fondamentale della vita cristiana è l'irruzione della regalità di Cristo: Cristo vince le tenebre, donando la luce; assoggetta la morte, offrendo la speranza della vita eterna.
La terza ragione è l'unione con Cristo che ha vinto la morte ed ha mandato lo Spirito, mediante il quale l’uomo diventa figlio di Dio e testimonia d’esserlo. “Sono persuaso”, il latino dice meglio “certus sum”; sono certo, mi affido con speranza indubitabile, sono sicuro.
Una ulteriore ragione è che non solo Dio non abbandona l’uomo nelle tribolazioni materiali e morali, ma, nella Sua infinita bontà, Egli ha depositato nel cuore dell’uomo la speranza, la quale è virtù ed è principio di feconda operosità: sia perché il Padre vuole che portiamo molti frutti nella sua vigna (cf Gv 15, 8): sia perché ha promesso di concederci “tutto quello che vogliamo”, purché rimaniamo uniti a lui e rimangano in noi le sue parole (cf Gv 15, 7).
Tanto poterono in Padre Francesco Spoto la fede e la speranza, e tanto viene debitamente e amorevolmente testimoniato da chi ebbe la fortuna di vivergli accanto. Ne cito tre, per tutti:
Il primo esprime così il proprio giudizio:
Il Servo di Dio coltivò la virtù soprannaturale della speranza, come soprattutto potei constatare nell’ultimo periodo della sua vita. Ricordo infatti che, circa dieci giorni dopo la nostra fuga dalla sede della Missione, egli cominciò a prevedere la sua fine; sicché, alquanto tempo dopo, fece l’offerta della sua vita al Signore. È evidente quindi che, offrendo la sua vita a Dio, desiderò il raggiungimento del Cielo.
[...] Osservando il comportamento esterno del Servo di Dio, debbo ritenere che egli abbia svolto le sue attività nella speranza di essere accetto al Signore, confidando esclusivamente in Lui, e non nelle sue capacità.
[...] Ripeto che, anche nell’ultimo periodo della sua vita, P. Spoto mantenne la sua costante fiducia in Dio e la speranza del premio eterno. E questo premio a mio avviso P. Spoto lo ricevette già durante l’agonia, che ebbe serena, finché placidamente si addormentò nel Signore.
[…] Il Servo di Dio coltivò la virtù della speranza col continuo anelito di raggiungere il premio eterno .
La seconda testimonianza sostiene:
Il Servo di Dio coltivò la virtù della speranza, nel desiderio costante di raggiungere il Bene supremo. Ricordo, a proposito, il seguente paragone di cui sovente si serviva nella predicazione: diceva che il nostro anelito alla vita eterna, adoperando i mezzi necessari per raggiungerla, era come l’espediente di quell’uomo che inviava le sue ricchezze in un’isola, dove era certo di trovarle nell’ultimo periodo della sua vita .
Ed infine Benito Ruggiero le cui parole ancora ci danno un tremito di commozione: «Sono certo che il Servo di Dio coltivò la virtù soprannaturale della speranza, poiché - a mio avviso - se non avesse posseduto tale virtù, non avrebbe offerto la sua vita al Signore» .

 Carità

Le parole del divino Maestro: “Quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me” (Mt 25, 40), sono completate ed esplicitate da questo altro insegnamento: “ama il prossimo tuo come te stesso” (Lc 10, 17) , dove “prossimo” è il buon samaritano (Lc 10, 30-36), che si cura del povero “malcapitato” e ne ha compassione, dove amare il prossimo vuole dire amare “[…] il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze” (Mc 12, 30; cfr. Lc 18, 20).
Tutte le testimonianze danno atto del grado della virtù della carità posseduta da Padre Francesco e di come seppe effonderla nel nome di Cristo con umiltà e calore verso il prossimo.
Suor Maria Baglio, Serva dei Poveri, di lui ha conservato nel cuore soprattutto il ricordo dell’umiltà nella carità:
Innanzitutto egli mi appariva sempre, nel suo comportamento, modestissimo, mite, umile e semplice. Era molto affabile e trattava tutti con carità e con un viso quasi sempre sorridente.
[...] Spiccava anche in lui una sincera e sentita carità verso il prossimo, secondo gli insegnamenti del Beato Giacomo Cusmano. Ricordo infatti che, quando io sono andata a dimorare nella casa religiosa sita in via Altofonte, P. Spoto, venendo a celebrare la Messa, portava vari bidoni pieni di acqua per noi suore, poiché per un certo tempo in quella casa eravamo prive di acqua potabile .
Un altro teste ricorda «[…] l’incremento dato alla missione sacerdotale svolta dai confratelli verso i carcerati. Alcune volte lo stesso Servo di Dio si recò nel carcere per ascoltare le sacramentali Confessioni dei detenuti» .
I confratelli che lo videro morire rievocano con realismo particolarmente commosso quei momenti:
[...] Egli fu rispettoso verso i Confratelli indistintamente e verso i Superiori, adempì il suo ufficio di Superiore con spirito di umiltà e caritatevole disponibilità verso noi sudditi. Non si mostrò mai austero, burbero e categoricamente imperativo; quando ci chiedeva un servizio da compiere, ce lo chiedeva, non come un comando, ma come un favore.
[...] A mio giudizio, l’amore del Servo di Dio per il prossimo fu conseguente al suo amore per il Signore; pertanto posso concludere che la generosa offerta di p. Spoto al servizio degli altri fu eroico esercizio di Carità soprannaturale.
[…] Il suo atteggiamento, quasi costantemente serio, poteva essere a mio avviso anche espressione della sua unione con Dio. Ripeto che P. Spoto accettò le sue ultime sofferenze, fisiche e morali, in piena conformità al volere divino; e ciò certamente è dimostrativo della sua carità verso Dio .
Uno dei testi fa riferimento ad alcune pagine del diario del Padre Francesco Spoto che con la tenerezza di una madre riscalda il confratello febbricitante durante la fuga dai Simba :
[…] Mi piace qui riportare quanto Padre Spoto scrive nel suo Diario in data 17 novembre, durante una mia sofferenza: “Verso le sei del mattino P. Ruggiero ha un nuovo attacco: febbre, freddo, alte palpitazioni al cuore. Non bastano le coperte per riscaldarlo; mi appoggio allora a lui e cerco di riscaldarlo col mio corpo. Il freddo diminuisce; il cuore normalizza. Signore, aiutaci” .
Un altro teste così si esprime:
Conformemente al carisma cusmaniano P. Spoto esercitò la carità verso il prossimo. Anche da Superiore Generale fu sempre rispettoso, delicato verso tutti, esercitando il suo ufficio come un vero Padre. Mi risulta che aveva molta attenzione verso i poveri e gli ammalati; infatti con frequenza si recava presso alcuni infermi, ai quali portava la sua parola confortatrice ed il soccorso materiale, secondo le norme della nostra Congregazione .
Quella che si potrebbe definire “autotestimonianza”, “parla” in maniera forse più umana, nell’epistolario. Le sue lettere ci restituiscono una nobile figura dell’uomo, del figlio, del fratello, del sacerdote, dell’amico, del superiore in ansia per la Congregazione.
Un aspetto della spiritualità, “leit-motiv” spotiano vero e proprio, è questa definizione della carità: “La Carità è tutta cristiana!”.
Un esempio fra i tanti: la Conferenza alla Dame di Carità della Parrocchia di Settecannoli, tenuta il 4 aprile 1960, nella quale afferma testualmente:
La carità è una virtù esclusivamente cristiana, sorta con la venuta di Gesù sulla terra. Il mondo pagano antico, e quello moderno, non conobbe e non conosce questa virtù: soltanto Gesù […] l’ha insegnata ai suoi discepoli. […] I primi cristiani si amavano e si aiutavano scambievolmente, tanto da destare la meraviglia dei pagani. […] Sia presso il popolo greco che presso il popolo romano non era ammissibile la compassione per il povero e, per conseguenza, il soccorso .
Proseguendo, illustra alle caritatevoli Dame un’altra specificità della carità e cioè che essa «deve avere diverse qualità […] perché possa raggiungere i suoi scopi soprannaturali e condurre la anime a Dio [“per caritatem ad fidem”]» .
Evocando, parafrasando e sintetizzando i testi paolini , ma, soprattutto, il “Cantico della carità” (1Cor 13), egli dice che la carità “deve essere umile e semplice, concreta e disadorna, come il pane quotidiano”. La carità si deve “sentire umile di fronte al dolore e alla miseria”.
Quanto poi alla metodologia di attuazione della carità, raccomanda: «[…] beneficenza al prossimo; perdono delle offese ricevute; […] aiutare coloro che si trovano nell’indigenza; […] aiutare e soccorrere il povero» .
“Carità senza limiti”, dunque, in piena coerenza con il carisma cusmaniano e con la virtù della Fede, perché “la carità senza fede è zero!” .
Dopo le testimonianze sulle tre virtù teologali ci sembra opportuno riportare quanto uno dei censori teologici ha scritto:
La Fede, la Speranza e la Carità sono le tre virtù teologali e quei cardini che non si improvvisano e che accompagnano sempre tutta la vita del nostro Padre Spoto.
Una Fede dinamica e sempre più profonda ha condotto il nostro Protagonista verso quell’eroismo che lo spinse ad offrire la sua vita come atto di supremo amore.
Non si improvvisa un epilogo esistenziale per nessuno e quindi nemmeno per Spoto. Egli si è preparato tutta la vita con un passato di continua, tenace ed ininterrotta palestra nella ricerca affannosa di quel Dio creduto, amato e servito.
È questo epilogo esistenziale che rende luminosi ed accettabili tutti i suoi tanti scritti che a quanti vi si accosteranno, saranno guida impareggiabile, luce sfolgorante e incitamento pressante a quella santità che caratterizzò la vita del Servo di Dio.
[…] Dagli scritti di Spoto risalta in modo evidente ed inequivocabile la sua forte personalità, il suo carattere sempre controllatissimo da farlo apparire quasi un eccezionale sportivo che per il lungo, metodico e diuturno allenamento si è collocato in un bel primo posto ben meritato.
Padre Spoto appare veramente povero perché ubbidientissimo; è ubbidiente perché poverissimo; è povero ed ubbidiente perché umilissimo.
Queste tre virtù: povertà, umiltà e ubbidienza sono tra loro così legate da apparire complementari l’una delle altre.
Senza una profonda umiltà non può esistere una vera ubbidienza e chi non sa ubbidire non può né comprendere né tanto meno vivere nello spirito della povertà evangelica. Spoto, spesso, nei suoi scritti tratta di queste virtù e si sente quasi con l’udito leggendolo che Egli è profonda¬mente convinto di quanto asserisce nei suoi discorsi ed insegna agli altri con la sua parola chiara e semplice. Egli vive abitualmente e con gioia nell’ambito della sua vocazione sacerdotale e religiosa; nella sua vita nessun gesto è compiuto fuori di quell’ambito; egli consumò la sua esistenza su quello, correndo su quella strada dove si sentì chiamato dal Signore .
Concludiamo le testimonianze su questa virtù con un articolo di Padre Francesco Spoto pubblicato nel periodico “La Carità”, nel quale amplia il tema della conferenza del 4 aprile 1960 alle “Dame della Carità”:
La carità è una virtù esclusivamente cristiana, che sbocciò sulla terra con la venuta di Cristo e che fiorisce sempre all'ombra della sua Chiesa.
Il Maestro divino, dopo averla raccomandata insistentemente ai suoi discepoli, la diede loro come segno di riconoscimento: «Da questo riconosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete l'un l'altro».
I primi cristiani misero fedelmente in pratica questo insegnamento: si amarono e si aiutarono a vicenda, tanto da destare la meraviglia dei pagani.
E c'era ben motivo di meravigliarsi, perché presso la civiltà antica non esisteva la virtù della carità, e quindi non era ammissibile la compassione per il povero e il debole, per chiunque si trovasse nella necessità di avere soccorso e aiuto.
Nell'animo dei pagani non poteva regnare tale virtù, perché mancava il terreno adatto al suo sviluppo. La carità infatti può germogliare e svilupparsi in un animo pieno di fede in Dio: la fede è il fondamento della carità.
Fede e carità sono così necessariamente congiunte che la fede senza l'amore è zero; ma d'altra parte non si può dare vera carità che non si accenda alla luce della fede e non venga da essa guidata e sorretta.
L'intimo motivo di questa inscindibile unione risiede in questo: che la fede interviene per prima a far risplendere nella loro realtà e nel loro fulgore l'eccelsa grandezza dei misteri divini; a questa luce si accende la fiamma della carità. Solo quando Dio viene guardato nella luce della fede, come il Padre nostro; quando il Figlio è considerato per la stessa fede come il nostro Redentore; quando lo Spirito Santo è riconosciuto come la forza santificatrice della vita cristiana tutta quanta, solo allora l'amore verso Dio può raggiungere quel grado di profondità, che fa sviluppare la vera carità verso il prossimo. (Tillmann).
La mia natura mi spinge ad essere pietoso verso l'uomo, scrive un poeta inglese medievale, perché la mia fede mi dice che siamo tutti fratelli per l'unico Sangue. Dio infatti riscattò tutti: mendicanti e nobili.
Spinti da questa fede ardente i Santi hanno operato prodigi di carità.
S. Bernardino da Siena durante la peste del I454 che devastò le contrade di Siena, si dedicò con eroica carità a curare gli appestati.
S. Carlo Borromeo si prodigò a Milano a favore dei colpiti dalla peste, impegnando per i poveri il suo patrimonio familiare e perfino il suo letto.
S. Camillo de Lellis curava gli infelici e i malati anche i più ripugnanti con amore da far meravigliare tutti e diceva «Questo è il mio Signore, al quale io servo con devozione».
La vita e le opere del Servo di Dio P. Giacomo Cusmano sono un altro inno che il Cristianesimo innalza alla grande legge dell'amore fraterno.
Questo santo sacerdote dedicò la sua vita a soccorrere gl'infelici e a servire i poveri più abbandonati, perché in essi vedeva l'immagine di Gesù Cristo.
Diceva: «Gesù per noi e noi per Gesù che si fa rappresentare dal Povero, servendo il quale noi abbiamo la sorte di servire Gesù, perché Egli ci ha detto che terrà come fatto a se stesso quello che noi faremo al minimo dei nostri fratelli». E aggiungeva: «Ravviviamo la nostra fede! Essa ci fa vedere Gesù nella persona dei poveri e ci spinge a servire in loro la persona di Gesù».
Fondata su questa virtù, la Chiesa ha realizzato e continuerà a realizzare attraverso i secoli i prodigi dell'amore cristiano in favore dell'umanità sofferente .

 Umiltà

L’umiltà nel nostro Padre Spoto è stata presupposto, conseguenza e frutto di tutte le altre virtù.
È con l’umiltà che ha cercato di vedere le cose e le persone.
Non ci dimentichiamo che “umiltà” deriva da humilis e questa da humus, cioè terra. L’uomo deve conservare sempre la nozione di essere “polvere”: più si umilierà più verrà esaltato, per innalzarsi come ebbe a scrivere Giovanni Papini: “[…] deve mettersi in ginocchio” .
Umiltà, perciò, viene ad indicare un abbassamento reale, cosciente e (anche) virtuoso.
Nell'insegnamento di Gesù sono presentate le manifestazioni esterne comportamentali dell'umile. Umiltà viene ad indicare il riconoscere la propria piccolezza e, quindi, prendere posto in basso per riverenza alla grandezza di Dio.
Padre Francesco agendo in umiltà si manifestava agli altri come una finestra aperta attraverso la quale tutti potevano guardare e arricchirsi, familiarizzando con quanto la sua anima poteva offrire loro. Questa chiave di lettura si può ricavare con estrema facilità dalle dichiarazioni, in parte già note, di persone che lo conobbero, tra le quali Rosario Criscuoli:
Sin dalla prima volta colpirono la mia sensibilità le sue doti di uomo buono, colto, fornito di viva intelligenza e di qualità non comuni. Ma due furono soprattutto i lati della sua personalità, semplice e complessa ad un tempo, che mi lasciarono particolarmente impressionato e sui quali io ebbi più volte a riflettere e a meditare: la sua profonda umiltà e il suo sguardo innocente e lungimirante... Dai suoi occhi trasparivano la purezza e il sorriso delle albe celesti .
Un altro teste diretto della vita di Padre Francesco ricorda: P. Spoto non dimostrò mai ostentazione di se stesso, nemme¬no quando fu Superiore Generale, e mai nutrì vanagloria per le sue capacità e per le sue attività.
Un atto di umiltà, che ho ammirato nel Servo di Dio, già Superiore Generale, è stato il seguente: una volta lo vidi mentre si accingeva a trasportare la biancheria dei Confratelli nella lavanderia delle Suore. Subito mi offrii a compiere quel servizio, che ritenevo troppo umiliante per lui, Superiore Generale; ma egli, con la sua solita affabilità e semplicità, ricusò la mia offerta e adempì lui quell’umile servigio .
Qualcun altro riporta queste sue parole:
Non ricercò onori e - ripeto - accettò l’ufficio di Superiore Generale come servizio da rendere alla Congregazione.
[...] Il Servo di Dio, anche da Superiore Generale, manifestò spirito di vera umiltà, mantenendo sempre un contegno semplice e modesto.
[...] Quando ad Arua [nell’agosto 1964], ci siamo recati dal Vescovo, Mons. Tarantino, il Servo di Dio si presentò come un semplice sacerdote della nostra Congregazione. Io ovviamente ho dovuto presentarlo nella sua qualifica, anche per dare al Vescovo la libertà di riferire tutte le vicende della nostra Missione .
Un altro teste afferma: Il Servo di Dio, anche da Superiore Generale, amò vivere nell’umiltà e nel nascondimento.
[...] Ricordo, a proposito, che il Servo di Dio, da Cappellano delle Suore bocconiste, si presentava con tale umiltà e semplicità, da lasciare incredule alcune di esse quando appresero la sua elezione a Superiore Generale, poiché proprio per quella sua semplicità, non lo ritenevano capace di assumere quel grave compito.
Fra i tanti gesti di umiltà del Servo di Dio, posso ricordare quello da lui compiuto spesse volte, prestandosi, pur essendo il Superiore, al trasporto di grossi pacchi o valigie, contenenti materiale vario per la propaganda della nostra Opera .
Un altro lo ricorda così: Fu sottomesso al Volere divino come in modo particolare potei constatare nell’ultimo periodo della sua vita.
[…] A mio giudizio, l’umiltà era la virtù che maggiormente e facilmente si poteva notare nel Servo di Dio, poiché egli visse costantemente con modestia e semplicità.
[...] Tale contegno egli mantenne anche a Biringi, non vantando il suo titolo di Superiore Generale .
Altra testimonianza significativa è questa: Il Servo di Dio fu sempre umile e disponibile, anche da Superiore Generale, non disdegnando di prestarsi talvolta ai servizi più umili, come, ad esempio, la pulizia dei servizi igienici comuni.
[...] Pur essendo molto dotato di capacità intellettuali e quotato dai Superiori e dagli Insegnanti, il Servo di Dio non si insuperbì mai né ostentò vanagloria .
Più volte ho fatto riferimento, nella mia deposizione, alla piena sottomissione del Servo di Dio alla Volontà del Signore fino al dono della sua vita. Più volte a me suggerì identica sottomissione, ripetendomi: “Perché non ti vuoi rassegnare alla Volontà divina?”
[...] P. Spoto, nel compimento del suo dovere, mirò sempre ad uniformarsi al Volere del Signore, fiducioso nella divina assistenza, e mai confidando nelle sue capacità. Ripeto che era costante in lui l’intenzione di conformarsi ai divini Voleri, come suggeriva a me.
[...] Più volte vidi P. Spoto, durante gli atti di pietà comunitari, attento e devoto; Lo vidi anche durante la sua preghiera personale che, in ginocchio e con grande raccoglimento, faceva dinanzi al santissimo Sacramento .
[...] Secondo le mie constatazioni, il Servo di Dio in tutta la sua vita sacerdotale mirò a rendere onore e gloria al Signore, dimostrandogli gratitudine per i benefici ricevuti. Ripeto ancora una volta che fu sottomesso ai disegni divini.
[...] L’atteggiamento abituale del Servo di Dio era sinceramente umile, tanto da non fare pesare la sua dignità di Superiore Generale.
[...] Guardavo gli altri padri Generali con la distanza esistente tra un superiore ed un suddito, mentre quando fu eletto P. Spoto Superiore, egli per me rimase il P. Spoto di sempre, al quale senza alcun timore aprivo il mio cuore, ed egli mi accoglieva con umiltà ed affabilità .
Il Vescovo Emerito della Diocesi di Mahagi-Nioka, Mons. Thomas Kuba, lo ricorda come un «[…] uomo di incredibile semplicità e di eccezionale bontà» .
Ed infine un ritratto dello scrittore e giornalista Sergio Lorit. Introducendo il “Diario di un martirio”, egli racconta:
Invitato un giorno, con una telefonata, alla parrocchia di Santa Maria della Perseveranza in Roma, dove il Superiore generale dei Missionari Servi dei Poveri - mi si disse - desiderava avere un colloquio con me, io, che non lo conoscevo né di nome né di persona, fui fatto accomodare in un ufficio, dove mi raggiunsero due giovani padri: uno dei due, anzi, mi sembrò giovanissimo. Le presentazioni si sa come sono: si biascica il proprio nome mentre si stringe una mano, e non si capisce di regola il nome biascicato dall’altro. Fatto sta che dopo circa mezz’ora che parlava dell’Opera del Cusmano e del modo di presentarla con una certa efficacia, proprio mentre mi chiedevo se questo benedetto padre generale, che m’aveva invitato a colloquio, si facesse vedere o no, sentii che il più anziano, almeno in apparenza, dei due giovani sacerdoti, quello che mi era parso più autorevole (“forse è il parroco” avevo pensato), si rivolgeva all’altro, che s’era tenuto in secondo piano, chiamandolo appunto “padre generale”.
Loro non se ne accorsero, ma io rimasi allocchito. L’ultima cosa che avrei supposto è che quel “ragazzo in tonaca nera” - mi era sembrato appunto così: un ragazzo - alto, smilzo da far tenerezza, dimesso, la chioma nera ondulata, il viso dolce e gli occhi limpidi di bambino, senza pose, senza sussiego, addirittura timido, di poche parole, solo quelle assolutamente necessarie, limpide e scultoree - potesse essere il Superiore generale d’un Istituto religioso con tante opere in Sicilia, un collegio e una parrocchia a Roma e una missione nel Congo .
Ora è lecito chiederci: fino a qual punto Padre Francesco Spoto era consapevole della propria umiltà? E come la viveva?
Risposte eloquenti a questi e ad altri quesiti ci sono fornite dai suoi scritti e tra questi, come ho già più volte sottolineato, le lettere. Ne prendo due emblematiche.
La prima: a Padre Pietro Fazio, superiore generale uscente, che avrebbe voluto inviare una circolare ai confratelli, nell’agosto 1959, mentre si attendeva la dispensa canonica dall’età da parte della Santa Sede per la conferma dell’elezione a Superiore Generale, il Padre Francesco Spoto scrive:
A Lei mi rivolgo e mi rivolgerò con tono di umile preghiera, di quella preghiera soffusa di timidezza e mortificazione con cui anni or sono Le chiedevo aiuto per la mia famiglia. Con la stessa preghiera umile, fatta di timidezza e mortificazione, in questo momento Le chiedo di non mandare questa circolare, di non farla conoscere a nessuno. E come Lei è stato così benevolo e comprensivo e generoso quando Le ho chiesto aiuto per la mia famiglia, così spero che sarà adesso che Le chiedo questo duro e pesante sacrificio per una nuova famiglia la sua e la mia che devo guidare, se arriverà la conferma, io così giovane ed inesperto.
Ho compiuto forse un atto di superbia ad accettare una elezione che dovrebbe rendermi suo immediato successore, quasi che io potessi fare più e meglio. Ma mi creda, parlo con sincerità, non è stato per superbia; ho accettato, convinto che la mia elezione (se verrà confermata) non sarebbe stata una diminuzione, ma piuttosto un aumento della sua dignità, essendo stato io un suo discepolo nella vita spirituale. La speranza di poter fare del bene in questa carica si fonda in Dio e su di Lei che mi sarà, lo spero fermamente, di guida e di sostegno .
La speranza, certamente: anche l’umiltà, che lo fa sentire... “forte” nella propria “debolezza”, perché questa virtù gli viene dall’alto ed all’alto tende, come l’acqua che incoercibilmente tende al mare. L’umiltà che lo fa ritrovare ripieno di beni inalienabili: il tesoro nascosto della potenza di Dio; pieno di grazia e fecondo di tutte le virtù: e anzitutto di quella virtù che fa sentire la dignità di figli di Dio e fa godere di vivere la sua stessa vita con la pietà.
Come il suo modello, maestro e patrono, “il poverello d’Assisi”, Padre Spoto era lungi dal desiderare di essere adulato, lusingato; lungi dall’ambizione, dalla ricerca dei beni terreni; dall’alterigia spocchiosa di tanti intellettuali e dall’arroganza di tanti docenti, non coacervavit sibi magistros, non “ammucchiò maestri per sé” (cfr. San Paolo, 2 Tim 4,3), e fu in guardia dall’eccesso di letteratura per non trovarsi a doverne soffrire, come Seneca (Ep. 106): “intemperantia litterarum laboramus”.
Esattamente come l’Assisiate: «[…] Spesso […] incontrando qualche povero con carichi […] prendeva sulle sue spalle quei pesi, sebbene fosse assai debole» .
Scrivendo all’adorata mamma, dopo essersi premurosamente informato sullo stato di salute e sulle visite del medico, non dimentica di ringraziarla per avergli confezionato alcune camicie; la prega, tuttavia, di conservare un po’ della stoffa per farne “alcuni polsi di ricambio, però un po’ più stretti” .
Nella ricorrenza del Santo Natale del 1961, ricorda a tutta la Congregazione che: «[…] dalla sua culla Gesù Bambino c’insegna l’umiltà e la semplicità (e che) […] per eccesso d’amore il Verbo eterno si è dato a noi nella semplicità e nell’umiltà: per amor suo ogni anima deve darsi al prossimo nella semplicità e nell’umiltà» .

LE VIRTU' CARDINALI
 Giustizia

Tutte le testimonianze concordano nel dire che ogni volta che dovette porre in atto questa virtù cardinale (e furono numerosissime specialmente quando esercitò il servizio di superiore generale), lo fece in modo esemplare . Vediamo qualche testimonianza.
Secondo un teste dell’inchiesta per la beatificazione, Padre Francesco:
[…] fu sempre alieno da manifestazioni contrarie alla giustizia verso Dio.
Agì sempre con rettitudine e lealtà, curando gl’interessi della nostra Congregazione, favorendo le buone doti dei Confratelli e mai ledendo i diritti di alcuno.
Padre Francesco mostrò vera gratitudine verso i benefattori propri e della Congregazione e trattò tutti con equità e sincera amicizia.
Mai ebbi a notare nel Servo di Dio atti di ingiustizia verso il prossimo. Posso aggiungere che neppure i suoi alunni ebbero a lamentarsi dei voti ricevuti .
Questa testimonianza è significativa e rappresentativa di tutte le altre rese nei due differenti processi diocesani.
Possiamo evincere allora che egli fosse dotato della giustizia, cioè della virtù che è poi capacità di dare “a ciascuno il suo” che vuol dire anche “dare a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare”. Padre Francesco trovava la giustizia andando alla Fonte: presso Dio, come recita il salmista (Cfr. Sal 70-71) e come la intese San Francesco: “Tu sei la pace. Tu sei gaudio e letizia. Tu sei la nostra speranza. Tu sei giustizia. Tu sei temperanza. Tu sei ogni nostra ricchezza” .
Nella sua breve vita, segnatamente quando era gravato da responsabilità non indifferenti, egli visse la giustizia in una duplice prospettiva: teologica che acquista una coloritura escatologica, come vedremo tra breve; e quella nel comportamento quotidiano dell’uomo, cioè inerente le proprie azioni e quelle degli altri con i quali si è in relazione.
Per esempio, in una omelia tenuta nella “Novena di Natale” (dal 16 al 24 dicembre) 1958 dice:
[…] Il Messia estenderà il suo regno non con la guerra e con le armi, ma col diritto e la giustizia; onde non solo sono meravigliosi gli attributi del Bambino Messia, ma anche il suo regno è straordinario, e appartiene a un ordine spirituale.
Questo regno spirituale è la Chiesa cattolica, che si presenta universale nel tempo e nello spazio, e si estende sempre più colla sua azione benefica e pacifica.
Isaia parla ancora del Messia al cap. XI, la cui descrizione si riallaccia intimamente ai pensieri enunciati al cap. IX. 2, 7, poiché li sviluppa e li completa. Là si parla dei nomi del Messia, qui si parla dello Spirito divino di cui è ripieno.
“E spunterà... (un fanciullo),... su cui riposerà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e d'intelletto, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di pietà. Egli giudicherà con giustizia i poveri e prenderà con equità la difesa degli umili della terra. La giustizia sarà il cingolo dei suoi fianchi”. Questo fanciullo sarà perfettamente giusto verso tutti e verso i singoli. Avrà cura speciale dei poveri e degli umili, dei piccoli e dei derelitti; procederà con la più integra rettitudine senza far distinzione tra il potente e il debole, tra il ricco e il povero.
La conseguenza della giustizia nel governo degli uomini sarà la pace, e il profeta ci traccia un quadro stupendo della tranquillità, dei costumi raddolciti, dell'armonia universale che il regno del Messia stabilirà su questa terra.
“Il lupo abiterà insieme con l'agnello, e il pardo giacerà col capretto, il vitello, il leone e la pecora saranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. Insieme pascoleranno il vitello e l'orso, e insieme staranno i loro piccoli”.
Da questi segni Sion riconoscerà il suo Aspettato, e anche le nazioni, anche i gentili riconosceranno dalla pace e dalla giustizia Colui che deve venire .
Se la fede non lo dicesse apertamente, la ragione coi suoi lumi naturali intuirebbe la necessità di una giustizia e di una sanzione suprema. La vita umana offre uno spettacolo penoso, l'orgoglio, la prepotenza, la forza bruta travolgono spesso e calpestano i diritti del debole; i malvagi godono e trionfano; gli innocenti soffrono; la santità e la virtù sono disprezzate e perseguitate. La ragione e il sentimento si ribellano a questa ingiustizia ed esigono concordi la restaurazione dell'ordine, che imponga una sanzione infallibile secondo le responsabilità di ciascuno. Non c'è religione che non abbia la certezza d'un giudizio e d'una sanzione divina per la vita degli uomini .
Questo brano ha, secondo me, una grande rilevanza perché, se è vero che per buona parte la giustizia è presentata all’uditorio nella sua accezione escatologica, è altrettanto vero che secondo il nostro protagonista, quando essa non c’è, il mondo “offre uno spettacolo penoso” soprattutto per colpa dei potenti, che non intendono farne uso.
Per esemplificare il concetto di giustizia in questa e in altre circostanze, molto spesso direi, Padre Francesco ricorreva alla “parabola dei talenti” (Mt 25,14) e per catturare l’attenzione degli ascoltatori - da quell’ottimo comunicatore che era - evocava l’affresco della Cappella Sistina in Vaticano: il michelangiolesco Giudizio universale.
Quanto alla prospettiva delle relazioni umane, il nostro Padre predicava che la giustizia si raggiunge attraverso il servizio e la carità. Nelle omelie sulla giustizia appena citate, ricordava anche che:
[…] il dovere di servire Cristo, donde dipende il valore morale e l'eterna felicità dell’uomo, si compie servendo il nostro prossimo. “Tutto quello che avete fatto a uno di questi minimi, voi l’avete fatto a me”. Questa parola del Giudice sarà una rivelazione per tutti: tanto per i giusti benèfici quanto che per i cattivi senza pietà; le persone da loro soccorse, ovvero disprezzate, cederanno ben presto il posto a Gesù Cristo, giudice di tutti gli uomini. In questa scena, più che in ogni altra, si vede come Gesù riassume in sé l’umanità intera, avendo preso sopra di sé il carico delle loro miserie, non solo per portarne la sua parte, ma per soffrire di ognuna delle nostre in particolare, e poté così pretendere da noi, che assistiamo il nostro prossimo. L’insegnamento preferito di Gesù fu sempre quello dell'amore di tutti gli uomini, in particolare dei nemici; il perdono delle offese, a imitazione del Padre celeste che fa nascere il suo sole e sparge la sua pioggia sopra i buoni e i cattivi; da questo perdono, concesso o rifiutato, dipende il perdono che ci aspettiamo da Dio. Molto spesso Gesù ha ripetuto lo stesso insegnamento nelle sue parabole, e anche nelle istruzioni degli ultimi mesi aveva mostrato più d'una volta che tutta la legge si riduce ai due comandamenti d'amar Dio e d'amar il prossimo, e che questi due comandamenti sono simili e strettamente uniti tra loro .
Giustizia vuol dire per Padre Francesco anche una chiara interpretazione del senso del dovere e della responsabilità nell’espletamento delle funzioni e delle mansioni abituali. Sappiamo quanto apprezzasse il Confratello Dolcimascolo e quanto gli fosse grato per la collaborazione prestata nel periodico “La Carità”. Nonostante ciò in una lettera inviatagli da Palermo l’11 maggio 1963, gli dà quella che in gergo scolastico si chiama “strigliata”.
Che cosa era successo? Gli articoli del Dolcimascolo erano sì di qualità, e perciò apprezzabili, ma ... consegnati in ritardo e quindi procuravano infinite preoccupazioni al direttore Padre Francesco Spoto. Ergo, perentorio invito alla puntualità ed al rispetto degli impegni: «Il Bollettino non può aspettare! […] Bisogna mettersi “definitivamente in orbita” e non uscire più fuori» .

 Fortezza

“Scrivo a voi giovani, perché siete forti e la Parola di Dio dimora in voi” (1Gv 2, 14).
La fortezza è la virtù morale soprannaturale che rinsalda l'anima nel perseguire un bene difficile, senza lasciarsi smuovere dalla paura, nemmeno dal timore della morte. È la virtù che crea i martiri ed i confessori.
La sua azione specifica consiste nel penetrare la realtà vera e nell'aderire incoercibilmente al senso dell'essere.
Padre Francesco sviluppò e visse questa virtù. Abbiamo raccolto alcune testimonianze le quali, in sintonia perfetta, ci descrivono la fortezza da lui esercitata: «Relativamente alla virtù della fortezza, soltanto posso affermare che P. Spoto la dimostrò con chiara evidenza particolarmente nell’ultimo periodo della sua vita» .
Il suo senso della responsabilità lo portava anche a essere forte, tenace, per poter compiere gli impegni affidatigli dai superiori, dai compagni ed anche dal suo ruolo di superiore. Un altro testimone ha affermato:
egli affettuosamente veniva indicato dai Confratelli con l’appellativo di “tedesco”, per significare la fortezza e la tenacia da lui adoperate negli impegni quotidiani: lavoro, studio, formazione umana, cristiana, religiosa e sacerdotale nell’intento di utilizzare i doni ricevuti da Dio per la Sua gloria e la salvezza dei fratelli.
Anche il Servo di Dio, come gli altri Confratelli, sopportò con santa virilità le gravi sofferenze fisiche durante il periodo bellico, a motivo della mancanza di alimenti necessari alla vita e di quanto poteva essere utile per gli studi e l’assistenza ai giovani.
Gli ultimi avvenimenti nella Missione di Biringi perfezionarono e resero note le virtù che P. Spoto aveva acquistato ed esercitato durante la vita, e, in modo particolare, la fortezza e serenità con le quali accettò l’olocausto finale .
L’oggetto della fortezza consiste nel reprimere le impressioni della paura e del timore, nel moderare l'audacia, nel controllare con temperanza le proprie tensioni, nell'aderire sempre a Dio.
Gli atti della fortezza consistono nell'intraprendere cose difficili e nel portarle a termine: ardua aggredi et sustinere. Ma vuol dire anche soffrire per mantenere il senso dell'essere, ossia la comunione con Dio (e con i fratelli).
Uno dei periodi più difficili, però anche più ricchi della sua vita, è stato il viaggio in Africa. È qui che dimostra fortezza, più che altrove, come dichiarano molti testimoni di quel periodo della sua vita:
Posso affermare che anche nell’ultimo periodo della sua vita, quando più dolorose furono le sue sofferenze, il Servo di Dio le sopportò con pazienza ed eroica fortezza. Mai egli mosse una lamentela contro i disegni di Dio o contro le persone che gli avevano procurato le sofferenze .
Alle domande sull’esercizio della cristiana fortezza posso semplicemente rispondere che il Servo di Dio sopportò le gravi sofferenze fisiche e psichiche dell’ultimo periodo della sua vita, sottomettendosi alla Volontà del Signore, come lui stesso suggeriva ai Confratelli che subivamo le stesse pene .
Il comportamento esteriore del Servo di Dio non tradiva alcun segno di debolezza spirituale, ma dimostrava sempre una spiccata tendenza verso la perfezione.
In modo particolare il coraggio e l’eroica fortezza di P. Spoto emersero quando egli offrì la sua vita per la salvezza dei Confratelli Missionari .
L’eroicità della fede, la fortezza nella fede, la costanza, la fermezza, il coraggio leonino del lottatore: sono tutte variazioni su un unico tema che, a prima vista, potrebbe apparire almeno “singolare” per una creatura di Dio “umile e semplice” quale egli desiderava essere. Se, inoltre, prendiamo atto, dalle sue stesse dichiarazioni, che fino al giorno dell’elezione a Superiore Generale questo giovane sacerdote, studioso, timido, riservato, questo intellettuale per costituzione e vocazione era vissuto piuttosto schivo, immerso nel silenzio della sua piccola camera, dove pregava e preparava sermoni e lezioni: ebbene, si potrebbe davvero restare sorpresi di fronte allo stesso uomo che, come Superiore e Missionario, affrontò le circostanze avverse senza deflettere, in una progressione di forza d’animo, di coraggio, fino all’eroicità dimostrata nel momento supremo dell’offerta totale e della morte.
No, non c’è neanche l’ombra di contraddizione nelle due diverse manifestazioni dell’interiorità e del comportamento di Padre Spoto, solo che si vogliano considerare e le testimonianze e il materiale scritto che, fortunatamente, ci resta di lui .
Si può dire che egli sia sempre vissuto in precedenza con la disposizione e il coraggio di affrontare anche il martirio, e che coltivava e custodiva gelosamente nel cuore questa disposizione.
Tre citazioni tra le tante. La prima è più che altro un’osservazione tratta dai suoi continui riferimenti a Isaia: tra le tante denominazioni date dal profeta al Messia, Padre Spoto ne predilige una: “Dio Forte” (Is 9, 1.7).
La seconda. L’eroicità che tanto ammira in San Giovanni Battista, in San Cipriano, in Santo Stefano, in Santa Lucia, in Tommaso Moro, la “mette in cornice” con questa sua frase lapidaria: «La fede cattolica richiede caratteri forti, eroi, non anime deboli. È stato sempre così, lo è oggi e lo sarà» .
La terza riguarda la Santissima Vergine. In particolare mi riferisco all’«Addolorata». Ecco alcune parole pronunciate nella omelia ad Alimena (Pa) il 13 aprile 1957 :
Il dolore fu sempre il compagno indivisibile di Maria: sul Calvario, ai piedi della croce […]. La Chiesa, per darci un’idea di questi dolori, li ha paragonati ad un mare di cui non ci è dato di scorgere i confini. […] La Madonna vide Gesù spogliato delle vesti, […] stette a contemplarlo in croce per ben tre ore: […] non svenne, non vacillò, non delirò. […] S. Giovanni Evangelista, testimone oculare [afferma] che stava ritta: è precisamente l’attitudine degli animi forti.
L’animo della Madre di Dio era ripieno di Spirito Santo, lo stesso che sorregge i martiri fino all’olocausto, come - appunto - Padre Francesco Spoto, in una conferenza su Tommaso Moro, si esprimeva:
Esempi di debolezza e di fermezza nella fede ne troviamo, in tutti i secoli. Due di profonda risonanza ne trovo nel secolo XVI nella storia dell'Inghilterra.
Enrico VIII re dell'Inghilterra, è cristiano e divoto della Chiesa romana. Un giorno s'invaghisce di una donna e pensa allora di ripudiare la sposa. Chiede al Papa l'annullamento del legittimo matrimonio. Il Papa dice che non glielo può concedere perché Dio non lo permette. Il re allora si distacca dalla fede cattolica e fonda una chiesa protestante. Carattere debole che lo rende infedele e ridicolo per la sua passione. Dinanzi alla sua defezione c'è però un esempio mirabile di fermezza.
Il re obbliga il suo cancelliere, primo ministro del regno, a rinunziare alla fede e ad approvare il suo secondo matrimonio. Il cancelliere è Tommaso Moro, il più grande avvocato del tempo, popolarissimo per il bene apportato alla patria, letterato di grande abilità diplomatica. Di ferma fede il Moro si rifiuta e risponde imperterrito: “Non posso, maestà, rinunziare alla mia fede cristiana e approvare una tua passione”. Dopo lunghe insistenze il re riconosce che non è possibile piegare un simile carattere e lo condanna alla morte. Un colpo di spada tronca il suo capo, ma la sua fede rimane ferma. Esempio mirabile di fermezza che raggiunge le vette dell'eroismo.
Io lo ammiro moltissimo. Il missionario cattolico che preferisce perdere la vita pur di mantenere la fede è degno di ammirazione: il missionario però non deve rinunziare ad affetti familiari. Il Moro sì: è padre di famiglia, ha una sposa, ha dei figli, una posizione sociale che viene dopo il re. Ma per difendere la fede non considera nulla, e alla sposa, ai figli che lo vanno a visitare nella prigione dice: non temete, siate costanti nella fede e ci rivedremo in Paradiso.
L'incostanza nella fede ha fatto di un re cristiano, un apostata; di un cancelliere un Santo. Il Moro, è stato santificato da Pio XI. Gesù Cr. aveva detto “chi ama il padre o la madre, o la sposa o i figli più di me, non è degno di me” .

 Prudenza

Rammentando che la prudenza è la virtù morale fondamentale che inclina l'intelletto che legge a fondo (cioè dentro) per scegliere, in ogni circostanza, i mezzi migliori a ordinare i vari fini intermedi al fine ultimo; che è collegata in modo particolare col dono del Consiglio (“Siate dunque prudenti” (Mt 9, 16)), e ricordando, infine, che essa è necessaria per dirigere se stessi nel grande numero di fini intermedi plurivalenti, allettanti, diversi, positivi, ma sempre decisivi, si può con sicurezza asserire che Padre Francesco in parte possedeva, in parte si imponeva gli elementi costitutivi della prudenza: 1) esaminare con maturità; 2) giudicare con ponderatezza; 3) risolvere con senno; 4) eseguire bene.
Vari testimoni, infatti, dicono di lui:
[…] Era molto riservato; e pertanto, a mio avviso, avrà bene esercitato la virtù della prudenza .
Egli svolse la sua attività in seno alla Congregazione col prudente senso del dovere e della responsabilità, mirando esclusivamente al bene spirituale e temporale di tutti .
Il Servo di Dio esercitò la virtù della prudenza, non mostrando mai interessi personali, ma sempre desiderando il bene degli altri, particolarmente quando, da Superiore Generale, dovette risolvere speciali casi dei Confratelli.
[...] Posso affermare che P. Spoto fu sempre prudente, sia nel dare consigli ed esortazioni, sia nel tratto con tutti, anche con le donne; egli era abitualmente semplice e riservato .
Fu sempre prudente, anche quando da Superiore, dovette trattare gli interessi della Congregazione e dei sudditi. Da giovane sacerdote alcune volte mi rivolsi a P. Spoto per consigli spirituali, particolarmente sul modo di comportarmi verso i penitenti; posso dire che i suoi consigli mi sono stati e mi sono ancora utili.
Posso affermare che P. Spoto, anche per il suo serio carattere, fu sempre riservato e prudente nel tratto con tutti.
La decisione del Servo di Dio relativa alla sua permanenza a Biringi, secondo me, non fu affatto mancanza di prudenza, ma esercizio della sua forma mentis .
Nel suo modo di comportarsi con i sudditi e con le altre persone P. Spoto usò la necessaria prudenza, sempre ed esclusivamente mosso dal fine soprannaturale di procurare il bene delle loro anime .
[…] Debbo ritenere che egli abbia usato la debita prudenza con tutte le persone, anche perché era molto equilibrato .
A me non risulta che P. Spoto talvolta abbia mancato alla virtù della prudenza. Tuttavia, per il suo carattere alquanto austero, soprattutto con se stesso, e per l’iniziale sua inesperienza delle responsabilità inerenti all’ufficio del Superiorato, è possibile che P. Spoto abbia dato a qualche suddito l’impressione che taluni suoi interventi nel predetto ufficio siano stati scarsamente ponderati .
Ho sperimentato la prudenza di P. Spoto, come consigliere, quando gli confidai le mie perplessità circa la vita missionaria da intraprendere in Africa. […] In quella circostanza, i consigli del Servo di Dio furono veramente illuminanti e d’incoraggiamento.
So che P. Spoto decise di venire nella Missione di Biringi per rendersi personalmente conto della nostra situazione, che cominciava a prospettarsi incerta e pericolosa. A mio giudizio, tale decisione fu prudente e giusta, poiché P. Spoto era il Superiore Generale.
Fu ancora prudente e caritatevole la sua decisione di rimanere nella Missione. […] Allo scopo di condividere, insieme a noi Confratelli, le vicissitudini e le sofferenze di quel tragico periodo .
Sono certo che P. Spoto maturò la decisione relativa alla sua partenza per l’Africa alla presenza di Dio e nella consapevolezza dei rischi cui andava incontro; stimò suo particolare dovere portare l’aiuto morale necessario ai Confratelli missionari in quel particolare periodo e in quelle gravi e pericolose circostanze.
Appena egli giunse a Biringi e si rese maggiormente conto dei pericoli, con grande prudenza rimandò in sede P. Rinaldi e preferì rimanere nella Missione con singolare generosità e fiducia in Dio. Non mi constano atti d’imprudenza nel Servo di Dio .
Ritengo di potere asserire che la partenza del Servo di Dio per l’Africa fu un gesto consono al suo profondo senso del dovere; infatti, conoscendo la pericolosità degli eventi nel Congo, egli, da prudente Superiore, volle rendersene conto personalmente.
Relativamente poi alla sua ed alla nostra permanenza in Africa, posso anzitutto dire che P. Spoto, pur potendoci obbligare (come aveva fatto con P. Rinaldi) a ritornare in Italia, prudentemente volle lasciarci arbitri e responsabili. E quando P. Sanfilippo e noi giovani Confratelli decidemmo di non abbandonare, per amore dei fedeli, la Missione, egli volle rimanere accanto a noi, come un Padre resta accanto ai figli bisognosi di conforto .
La prudenza è necessaria nel praticare l'apostolato: relazioni interpersonali, scuola, famiglia, malati, anziani, dottori, personale, confessori ecc., ed è questo che Padre Francesco ci ha lasciato scritto in alcune prediche e lettere.
Quando si rese conto di non poter abbandonare i confratelli, decise di restare in Africa e allora, per il bene della sua amata Congregazione, comunicò il 20 settembre 1964 a Padre Blanco, vicario generale, le dimissioni dal proprio ufficio con due lettere (una personale e una ufficiale). La lettera ufficiale però è datata 1 gennaio 1965. Eccone il testo:
Io sottoscritto Sac. Francesco Spoto, Superiore Generale della Congregazione “Missionari Servi dei Poveri” (Boccone del Povero), non potendo più espletare per l'ultimo semestre le funzioni inerenti a tale carica, perché rimasto bloccato nella missione del Congo a causa della rivolta politica, presento ufficialmente al Consiglio della medesima Congregazione e alla competente autorità ecclesiastica, le dimissioni dalla suddetta carica.
In tal modo il Vicario Generale della medesima Congregazione, Sac. Francesco Blanco, potrà guidare l'Opera con piena autorità e tenere entro i sei mesi la convocazione ordinaria del Capitolo per la nomina del nuovo Superiore Generale.
Ringrazio pertanto i Rev.mi PP. Consiglieri e tutti i Religiosi per l'affettuosa e intensa collaborazione da loro generosamente avuta nella difficile carica; rinnovo i miei sensi di profondo attaccamento ed intenso amore per la Congregazione, il cui progresso spirituale e materiale costituisce l'unico ideale della mia vita e mi metto a piena disposizione del nuovo Superiore Generale, pronto a eseguire fedelmente e anche col sacrificio della vita i di Lui ordini.
Mi raccomando pertanto alle preghiere dei Rev.mi PP. Consiglieri e degli altri religiosi, perché il Signore mi aiuti e mi protegga in questo campo di lavoro .
Le dimissioni erano state reiterate sempre a Padre Blanco il 7 novembre 1964. La lettera arrivò a Palermo alla fine dell’anno.
Al Padre Vicario chiedeva di informare il Consiglio, per una questione di correttezza morale. Padre Spoto ignorava che prima che le dimissioni pervenissero a Palermo per lui si sarebbero già aperte le porte del Paradiso. Ma ecco la lettera del 7 novembre 1964:
Biringi, (Congo) 7.11.1964
Al Rev.mo
P. Francesco Blanco
Vicario Generale della Congr.
“Missionari dei Poveri”
e per conoscenza
ai Rev.mi PP. Consiglieri
Oggetto: Relazione sulla visita alla nostra missione di Biringi.
Sia Gesù amato da tutti i cuori!
La visita alla nostra missione di Biringi (Congo) mi ha dato la soddisfazione di constatare personalmente il lavoro compiuto con grandi sacrifici dai nostri Religiosi: la fede cristiana è stata accolta dalla popolazione indigena con grande entusiasmo e numerose e costanti sono le conversioni. L'avvenire della missione si delinea promettente di copiosi frutti.
La mia permanenza nella nostra missione doveva prolungarsi al massimo per tre mesi. Intanto la situazione politica si è aggravata rapidamente e non è più possibile passare la frontiera, finché non tornino di nuovo la normalità e la pace.
[…] Essendo io quindi costretto da questa incerta situazione a restare qui, non posso più assolvere i miei doveri di Superiore Generale.
Rassegno quindi nelle sue mani le mie dimissioni ufficiali da tale carica, in maniera che Lei con Consiglio, possa guidare con piena responsabilità la Congregazione e tenere regolarmente la celebrazione del Capitolo per la nomina del Nuovo Superiore Generale. Sarò lieto di poter essere presente anch'io. Nel caso che non mi fosse possibile, La prego di considerarmi ugualmente presente e di porgere i più affettuosi saluti a tutti i Rev.mi PP. Capitolari.
Intanto io cercherò qui di rendermi utile impegnando quelle poche e limitate energie che il Signore mi concede per continuare l'apostolato in mezzo a questa popolazione.
Mi raccomando alle preghiere di tutti i Religiosi, perché il Signore mi aiuti in questo prolungato soggiorno nella nostra missione.
Dev.mo
Sac. Francesco Spoto .
La virtù della prudenza ci invita anche a meditare e pensare prima di prendere una decisione, per cui è cosa buona accostarsi con la preghiera a Cristo in tale circostanza; perciò Padre Francesco esorta i confratelli:
”Prima d'ogni decisione importante rievochiamo nell'anima nostra l’immagine di Cristo, concentriamo in essa la nostra attenzione e chiediamoci: “Compirebbe Egli quest'azione?” Oppure, “L’approverebbe o no? Mi benedirà per quest'opera?”
“Io propongo a tutti questa norma che non può ingannare. In tutti i casi dubbi, quando avete la facoltà di scegliere, ricordatevi di Cristo, richiamate alla vostra mente la sua Persona vivente, com’è in realtà, e confidategli tutto il peso dei vostri dubbi...” .
Perché è con “queste norme” che il cristiano deve vivere e crescere in Dio e nel Cristo. La regola della prudenza, ovviamente, è il “Regno dei cieli”, la vita in Dio e, quindi, il cammino di fede.

 Temperanza

“Con la vostra perseveranza (patientia), godrete del dominio delle vostre anime” (Lc 21, 19).
L'esercizio della virtù della temperanza conduce al dominio di sé e, perciò, è necessaria per tutti. Lo è particolarmente per i cristiani che vogliono essere figli della luce e, come è specifico dovere dei consacrati, debbono risplendere nel dominio di sé con quella prudente moderazione che, unita alla fede, regola il comportamento morale, teologico e ascetico di chi ha coscienza di essere unito al Cristo per vivere nel Regno di Dio.
La temperanza è madre della fortezza in quanto, operativamente, è forte chi mantiene il dominio di sé. In questo senso la temperanza aiuta a mantenersi volontariamente nella comunione con Dio.
In Padre Spoto, la temperanza è anche l’attitudine che unifica questa e le altre virtù. Tutti i testimoni sono d’accordo nel dire che Padre Spoto «era riflessivo ed equilibrato; pertanto debbo ritenere che abbia saputo mantenere il sereno controllo di se stesso o di eventuali passioni» . «Ricordo che mi diceva che la buona educazione è mezzo e sprone alla temperanza» .
Descrittivamente la temperanza si definisce come virtù per cui la persona mantiene il totale dominio di sé nell'esplicare le proprie energie e per indirizzarle al fine voluto. Fine che, nel cristiano, è l'attuazione del Regno di Dio dentro di sé: da qui la correlazione tra temperanza e autodominio.

 
 
 

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