Beato Francesco Spoto, Superiore Generale
della "Congregazione dei Missionari Servi dei Poveri - Boccone del Povero", fondata dal Beato Giacomo Cusmano
il 21 Novembre 1887

 
   
 
 

 

 
 

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Religioso e Sacerdote

Francesco fu ordinato Sacerdote il 22 luglio 1951. La frase che scrisse nel ricordino dell’Ordinazione Sacerdotale è quanto mai eloquente circa il suo ideale missionario: “Andate in tutto il mondo, e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15) . Durante tutto il corso della formazione aveva avuto l’incarico dell’assistenza ai ragazzi dell’Orfanotrofio della Congregazione di Via Pindemonte a Palermo. Ordinato Sacerdote, fu destinato all’insegnamento della lingua francese nel seminario bocconista e inviato ad esercitare il ministero pastorale presso le case delle Suore
bocconiste. Sono innumerevoli le testimonianze che ce lo presentano, con vivido e grato senso di riconoscenza, come veramente impegnato e seriamente attento, e nella pastorale e nell’ascesi sempre più profonda.
Preparava ogni sua omelia con cura e con grande scrupolo: così le sue parole riuscivano a raggiungere tutti, perché sgorgavano generosamente dalla mente e dal cuore.
Lo studio, profondo e continuo, era finalizzato esclusivamente alla gloria del Signore, come dirà Padre Spoto in una predica del 20 novembre 1963, in occasione del ritiro per la rinnovazione dei voti delle suore: «Le anime che si consacrano a Dio debbono trovarsi un altro regno» , molto più vasto, libero, profondo e nobile degli angusti orizzonti a cui la pigrizia, la ripetitività e le attività rutinarie prendono l’uomo come una sabbia mobile e lentamente lo sommergono nell’ignavia. Intendeva servire per tutta la vita; al bene dei fratelli che amava con tutto il cuore, all’apostolato che lo vide in continuo e generoso movimento; al bene della Congregazione cui dedicava tutte le sue energie.
Di un autore che Padre Francesco aveva apprezzato, il Bourgeois , lo aveva colpito questo concetto al punto da prenderlo come guida della sua vita: «avere un ideale è aver una ragione di vivere ed è pure il mezzo di vivere una vita più piena, più alta». Sono gli ideali alti, è l’amore per essi a dare senso alla vita e alla morte.
Il sacerdote, dice Padre Francesco Spoto, deve coltivare il valore del celibato, nutrirsi di preghiera, esercitarsi nell’ascesi corporale e spirituale e soprattutto coltivare una sincera e sentita devozione alla Madonna.
Si prestò ben volentieri ad aiutare anche i parroci che lo invitavano nelle varie parrocchie. Per più di dieci anni fu collaboratore apprezzato dell’anziano parroco di Roccella, Mons. Michele di Garbo. Successivamente, e fino all’ultimo, nonostante l’elezione a Superiore Generale, rimase al servizio umile e discreto presso la parrocchia dell’Immacolatella alla periferia della città di Palermo.
Nei suoi scritti, Padre Francesco sviluppò appassionatamente il tema della santità del religioso e del sacerdote, attingendo alle fonti dei Santi Padri, di San Tommaso e dei quattro Papi citati in sequenza: Pio XI (Enciclica “Ad Catholici sacerdotii”, 20 dicembre 1935); Benedetto XV (Enciclica “Humani generis redemptionem”, 16 giugno 1917, sulla predicazione); Pio XII, (l’ultimo discorso composto e non pronunciato, causa morte); Giovanni XXIII (Enciclica “Sacerdotii nostri primordia”). Di Pio XII riporta, nel testo di un sermone, queste suggestive parole: «Il carattere sacerdotale sigilla da parte di Dio un patto eterno del suo amore di predilezione, che esige dalla creatura prescelta il contraccambio della santificazione».
Padre Francesco sottolineando la bellezza e l’efficacia di un pensiero del Cardinale F. Borromeo: “La santità non può essere mediocre: deve tendere alla perfezione” , aggiungeva:
Lo stato religioso, per sua natura stessa, comporta l'obbligo morale grave di tendere alla perfezione. Se la professione è una consacrazione, è anche un impegno: un impegno di santificazione. Se si abbandona questo proposito, l’essenza della vita religiosa è distrutta. Può restare l'abito di religioso; ma l'abito è una cosa puramente accidentale, un segno esteriore: la vera essenza è l'aspirazione alla santità.
“Siate perfetti, com’è perfetto il Padre mio che è nei cieli”, diceva Gesù. Egli ci vuol indicare che nella via della perfezione non ci si può mai fermare, non si può dire basta; ma bisogna sempre lavorare con lena, sempre progredire in una continua e costante aspirazione di miglioramento.
Secondo alcuni canonisti, “il dovere di tendere alla perfezione non appare distinto dal dovere di osservare i voti e le costituzioni. Infatti il religioso non si obbliga ad altra perfezione, se non a quella che può acquisire con l'osservanza dei voti, delle costituzioni, che sono i mezzi messi a sua disposizione per raggiungere tale scopo. Oltre all'osservanza dei voti per ogni religioso c'è il fine precipuo della propria Congregazione: per noi è l'esercizio della carità: amore verso Dio e verso il prossimo
 
 
 

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