Beato Francesco Spoto, Superiore Generale
della "Congregazione dei Missionari Servi dei Poveri -
Boccone del Povero", fondata dal Beato Giacomo Cusmano
il 21 Novembre 1887
il sacerdote>
apostolato e povertà
Apostolato e
Povertà
La questione sociale è ancora una volta
al centro di un ciclo di prediche da lui
tenuta ai religiosi nel 1963 sui
Comandamenti: Quale soluzione
bisogna dare? Premesso che tutti sono
uguali, ricchi e poveri, dotti e ignoranti,
nobili e popolani, uguali nell'unica dignità
di uomini e figli di Dio, procediamo con
ordine alla risposta.
Il Vangelo ha insistito sul precetto della
legge: non rubare, e con ciò ha riconosciuto
la capacità dell'uomo ad acquistare la
proprietà stabile dei beni della terra, in
modo tale che gli altri la debbano
rispettare. L'uomo,
quale
è stato fatto da Dio, ha, come uno dei suoi
fondamentali diritti,
la capacità adimpossessarsi
stabilmente delle ricchezze terrene;
cosicché il proporre come ideale la
soppressione di ogni forma di possesso
privato, è schierarsi contro l'ordine di
natura, contro il piano di Dio.
Questo è il primo punto della dottrina
cristiana nel parlare dei rapporti dell'uomo
coi beni della terra. Ma ecco l'altro punto,
che il cristianesimo insegna con uguale
chiarezza: il mondo è stato creato da Dio
per l'intera umanità e non solo per qualcuno
o per pochi . A tutti è stato detto:
crescete e moltiplicatevi e riempite la
terra e sottomettetela. Accanto al diritto
fondamentale ad acquistare in forme giuste
il possesso dei beni materiali; c'è in ogni
uomo un altro diritto, che va pure
soddisfatto, il diritto alla vita e alla
vita da uomo.
[…] Ecco dunque, amici che ascoltate, il
pensiero cristiano nella scottante materia
della distribuzione della ricchezza. Sono
due ordini di considerazioni, di cui sarebbe
errore grave trascurare l'uno o l'altro: c'è
la difesa della proprietà privata e c'è la
proclamazione del diritto di ognuno alla
vita e alla vita da uomo; nel caso di
contrasto dei due diritti, si proclama la
prevalenza del secondo. Prima il diritto
alla vita e poi, solo compatibilmente con
esso, il diritto alla proprietà dei beni non
necessari; prima il diritto a esistere e poi
quello a star bene. Il che vale dei rapporti
fra gli individui e dei rapporti fra i
popoli. Il Vangelo ha oggi nel mondo la
funzione immensa di appagare un'aspirazione
terrena, diffusa ormai in tutta l'umanità:
il sogno di una fondamentale uguaglianza nel
problema della ricchezza, in una misura
concretamente attuabile. Il pensiero di Gesù
attenua le distanze e induce a stabilire fra
gli uomini una sempre maggiore uguaglianza:
getta mille ponti, dove altri si sforzano di
scavare abissi .
Le parole di Padre Francesco Spoto sono
chiarissime. In quanto segue è bene
sottolineare il suo “non rubare”. Egli -
forse tra i primi - conferisce alla
violazione dal settimo comandamento una
drammaticità del tutto inusitata perché,
tralasciando i fatti irrilevanti ed entrando
invece nei meriti di natura pubblicistica ma
anche privatistica, ha impresso al peccato
una dimensione comunitaria e sociale: Ed è bene dir
subito che ci sono molti modi di rubare,
anche evitando la prigione. Noi abbiamo in
abominazione il ladro che forza la casa con
la maschera: inorridiremmo ad essere
accusati di questo, e ci vergogneremmo come
di macchia obbrobriosa se vi cadesse un
nostro parente. Ma credete che siano pochi i
mestieri altrettanto ladroneschi di persone
che circolano nel mondo? Rubano coloro che
nel commercio alterano la merce da vendere;
rubano coloro che negano la giusta paga del
lavoro. Il negare all'operaio la debita
mercede è peccato che grida vendetta davanti
al trono di Dio! .
È come se tanti secoli di pratica cristiana
avessero dissolto anche le radici della
nostra religione, e addirittura, l’uso del
Nuovo Testamento avesse scalzato la lettura
e l’ubbidienza alla Parola
veterotestamentaria. Infatti, la legge
mosaica è molto attenta a regolamentare i
rapporti sociali, sanzionando con severità
tutto quanto può ledere la solidarietà che
crea unità fra gli israeliti. Gli atti
negativi compiuti a detrimento degli altri
uomini rivestono un aspetto delittuoso.
Inoltre il peccato è valutato nella misura
in cui offende direttamente la vita del
popolo ed i disegni di Dio sul popolo
stesso.
Si è già accennato al fatto che Padre
Francesco Spoto visse in una fase delicata:
un tempo di transizione, di contrapposizione
tra mondi, tra visioni che soltanto in parte
e in occidente trovavano giustificazione nel
clima di paura latente instauratasi con la
“guerra fredda”.
Ma non era soltanto ciò. Erano crollati
degli imperi; l’umanità aveva sofferto e
scoperto dolori e angosce inaudite. Forse
questo, insieme con l’“ignoranza” di Cristo,
o proprio a causa di questa, ha un po’ alla
volta affievolito nei “cristiani” la nozione
di peccato .
Padre Francesco Spoto consapevole di ciò (o
forse, no), per un attimo appare schiacciato
da un peso troppo amaro e duro da
sopportare. Avverte tutta la stanchezza,
tutto il disagio, tutta la delusione di una
situazione materiale ed esistenziale che lo
coinvolge come uomo, come sacerdote, come
figlio di una generazione che acutamente
patisce le conseguenze di sconvolgimenti
epocali: E noi possiamo dire
di essere veramente stanchi e affaticati:
stanchi di tutti i mali portatici dalla
civiltà moderna, stanchi di tutte le
angustie che ci porta la vita, angustie
morali e materiali; e aneliamo a una parola
di conforto, a un ideale di vita
ultraterrena che non finisca mai.
La nostra generazione sembra fra le più
sventurate della storia. Mali senza misura e
quasi senza nome hanno frantumato tante
delle nostre più belle creazioni e di quelle
affidateci dai secoli passati. Rovine
materiali troppo evidenti, nelle case
distrutte, nei corpi feriti, nelle famiglie
spezzate, nelle patrie divise, in tanti e
tanti irrimediabilmente scomparsi. Tragedie
orrende che hanno lasciato dovunque vuoti e
strascichi, e che dureranno al di là della
nostra effimera vita. Noi moriremo, senza
che le piaghe si siano rimarginate. Rovine
materiali ma sarebbe troppo poco se non ci
fossero le rovine spirituali: c'è un mondo
che prosegue inconsciamente per quelle vie
le quali menano al baratro eterno anime e
corpi, buoni e malvagi, civiltà e popoli. E
non si stanno forse per aprire altre
calamità, quasi non si sia sofferto
abbastanza? .
Che cosa mai può dire Padre Francesco Spoto
di fronte a questa condizione? Per un
momento pare voglia includersi nella
“tragica storia di molti filosofi”; solo che
quando accennava alla filosofia
dell’ottocento, ed era nella prima domenica
d’avvento, parlando della caduta dei nostri
progenitori nell’Eden, poteva attribuire
l’amarezza, da una parte all’insano e
inspiegabile gesto di ribellione d’Adamo ed
Eva, e dall’altro alla constatazione di un
uomo che, imbevuto di positivismo dice e
sente di poter bastare a se stesso
superuomo. Dio è morto: così hanno detto
filosofi come Feuerbach, Marx, tutta la
“sinistra hegeliana”, e Nietzsche.
Folli! L’uccisione di Dio, per legge del
contrappasso diventa uccisione dell’uomo.
Quindi, l’uomo si è ucciso, l’uomo si è
suicidato. Se l’uomo vuole risorgere, deve
tornare all’origine, ogni suo riscatto, ogni
sua palingenesi sarà figlia dell’umiltà.
Padre Francesco è quasi soffocato dal mare
d’amarezza del Getsemani. La predicazione,
il vangelo, l’apostolato tra i poveri, la
preghiera, l’esempio: una goccia d’acqua, un
granellino di polvere. Il mondo è troppo
distratto, remoto, assente, sordo, ostile.
La giustizia sociale, la pace sembrano poco
più che miraggi, concetti da studio, buoni
per i discorsi dei politici; ma la gente ha
fame di pane, di amore e di giustizia.
Testimonianza di questa tristezza di Padre
Francesco Spoto è quanto egli ha scritto in
una delle meditazioni preparate per il
ritiro Pasquale del 1964. La si potrebbe
definire “elegia” della pace se il contenuto
non rivelasse tanto sgomento, disillusione,
rimpianto. C'è una parola che
per anni è stata il sogno del mondo. Poi
cominciò a farsi realtà, ma non era ancor
lei. Ancor oggi, che ufficialmente è tornata
a regnare, è così debole e mobile che
minaccia di sfuggire, di allontanarsi da
noi. Parola grandiosa, e questa parola si
chiama pace. Tutti desiderano la pace; si
desidera la pace nelle famiglie, e quando
manca, non esiste la felicità. I popoli
tutti desiderano la pace: e se manca c'è un
cumulo di rovine inumane.
Attualmente si possiede la pace, ma si sta
coll'ansia di perderla sotto la minaccia di
qualche nuova tempesta. Si possiede la pace
attualmente, ma un incubo penoso grava
sull'umanità: l’incubo che la pace un bene
tanto desiderato possa da un momento
all'altro naufragare in un oceano di sangue
e di rovine. Parola dolce la Pace. Parola
che Gesù predilesse ed usò per saluto. Il
Redentore venne su questa terra mentre il
mondo antico era in pace. (svolgere di più
questo pensiero).
Sulla culla del neonato Salvatore gli uomini
cantarono: “Pace in terra agli uomini di
buona volontà”.
Prima di separarsi dai discepoli per andare
alla passione dice: “Vi lascio la mia pace,
vi do’ la mia pace, ve la do’, non come suol
darla il mondo”. [Giov. 14, 27.] Dopo la
risurrezione, Gesù compare agli apostoli più
volte e li saluta sempre colla parola: “Pace
a voi”. Gesù ha amato ed ha augurato la
pace, e ben a ragione il profeta Isaia
l’aveva chiamato principe di pace .
La preghiera intima, riflesso e contrappunto
di una sensazione personale che si
trasforma, si dilata a comprendere una
situazione comunitaria di popolo,
esistenziale ed epocale. Padre Francesco non
patisce per sé, anzi si esclude come “io”,
quasi in un automatismo generato
dall’umiltà. Egli si fa carico di un pathos
che lo trascende. Ecco, egli ci appare come
uno dei grandi profeti biblici che nelle
proprie sventure sopportate con
rassegnazione, fortezza ed umiltà anticipano
e prefigurano il destino dei posteri. Mi
piace citare, a proposito, una frase di
Simone Weil: «La grandezza suprema del
cristianesimo viene dal fatto che esso non
crea un rimedio soprannaturale contro la
sofferenza, bensì un impiego soprannaturale
della sofferenza».
Padre Francesco si predispone, aprendosi
all’azione dello Spirito, al destino cui Dio
lo avrebbe chiamato. Questa disponibilità
interiore è il frutto di una intensa e
autentica vita spirituale, che sarà ora al
centro della nostra attenzione.