Beato Francesco Spoto, Superiore Generale
della "Congregazione dei Missionari Servi dei Poveri - Boccone del Povero", fondata dal Beato Giacomo Cusmano
il 21 Novembre 1887

 
   
 
 

 

 
 

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l' eore> la missione Biringi


La Missione di Biringi

Prima della partenza per la Missione, Padre Spoto era bene informato della rivolta che insanguinava il Congo e che ormai lambiva l’Ituri. Ciò nonostante decise ugualmente di partire. Urgeva un atto di carità, perché era fondamentale che il Superiore Generale andasse a confortare con la propria presenza i confratelli. Era l’unico modo per ridare solidità alla giovane missione.Niente e nessuno riuscirono a intimorirlo, anzi, fu irremovibile con quanti cercavano affettuosamente di
dissuaderlo dall’intraprendere il viaggio: familiari, confratelli, amici, il medico, perfino il notaio Melisenda di Agrigento, presso il quale si era recato per donare alla sorella la propria porzione del fondo paterno, pochissimi giorni prima della partenza per l’Africa (25 luglio 1964).
Si potrebbe forse ravvisare in questa sua risolutezza un’altra manifestazione di quella sua peculiarità caratteriale: la tenacia, l’alto senso del dovere e della responsabilità, il non indietreggiare davanti ad un ostacolo quando già l’obiettivo è individuato .
Tutto il viaggio incominciato da Roma, il 4 agosto 1964, fino all’arrivo alla missione di Biringi sarà raccontato da Padre Francesco in un articolo che spedirà e che verrà pubblicato nel periodico “La Carità” di luglio-agosto 1964: “Il battesimo dell’Africa” che fu anche la relazione del viaggio come Superiore Generale alla Missione di Biringi.
 

 
Come vediamo, il giornalista non perde tempo e non sa e non vuole privare di una “primizia” esclusiva i propri affezionati lettori. Vigile ed attento com’era, Padre Francesco ha subito “catturato” alcuni vocaboli ed espressioni della lingua congolese.
Biringi, 9 Agosto 1964
Makanguyé... lebe... ketekete (barcaiuolo, vieni presto qui).
Makanguyé...
L'eco si disperde nella foresta e si confonde col grido degli altri animali.
Makanguyé...
Nessuno compare all'altra sponda del fiume; la piroga sta adagiata su un'ansa del fiume Kibali, che scorre impetuoso in mezzo a una lussureggiante vegetazione. Aspettiamo e contempliamo frattanto il verdeggiante panorama.
Makanguyé...
Il barcaiuolo che ci deve trasportare all'altra sponda del fiume non si vede ancora. Ricarichiamo allora i bagagli sul pesante furgoncino Ford per ritornare attraverso la stessa strada erbosa ad Aru. Ritenteremo il passaggio un altro giorno. Ma non vorremmo ritardare ancora l'incontro coi nostri missionari e ad un gruppo di negri, che accorre festante al rumore della macchina, domandiamo (ci accompagna un seminarista di Biringi) perché il barcaiuoio non trovasi alla piroga.
«Il barcaiuolo ha udito il vostro richiamo e sta per venire; sarà alla riva fra mezz'ora, perché ha la capanna a tre chilometri».
Decidiamo di ritornare al fiume; alcuni giovani negri si offrono a portare i nostri bagagli, poiché la macchina deve proseguire per altri posti. In mezz'ora siamo di nuovo alla riva. Il tempo passa rapidamente: sono le 17 e fra poco compariranno sul fiume gli ippopotami, di cui è infestata la zona. Ancora un richiamo, mentre scrutiamo ansiosi e preoccupati il sentiero nascosto dall'erba. Ecco che si vede avanzare una figura nera: il barcaiuolo. Ci tranquillizziamo: è la salvezza. Mettiamo tutto sul barcollante tronco d'albero incavato e saliamo anche noi, raccomandandoci alla Madonna «Stella Maris». La traversata è breve, ma piena di emozione. La piroga ondeggia, agitata dalla corrente, avanza lentamente, tocca l'altra sponda del fiume.
Sono le I7,30 passate e l'ombra della sera comincia ad avvolgere la foresta. Accompagnati da alcuni portatori, ci mettiamo di buona lena in cammino, per raggiungere la missione di Biringi, a dieci chilometri di distanza.
Il nostro viaggio era cominciato la sera del 4 agosto all'aeroporto di Fiumicino. Nell'immenso campo il superbo DC 8 jet del l'Alitalia aspetta ansioso, impaziente di spiccare il volo per l'Africa. Un frastuono apocalittico squarcia il silenzio della notte: il potente quadrireattore si stacca dalla terra, si impenna, prende quota, è al di sopra della Città Eterna, che lasciamo alle nostre spalle.
Superiamo il faro di Messina e alle 0,30 siamo ad Atene; una breve sosta: la notte è punteggiata di stelle, l'aria fresca.
All’1,30 si riparte e si punta direttamente per Nairobi. Il volo è perfetto e tranquillo: sembra di correre su una invisibile autostrada. Alle tre ci sorprende uno spettacolo suggestivo: ad oriente il cielo è tutto fiammante di rosso per l'aurora che sta per annunziarsi. Navighiamo velocemente sopra un deserto interminabile: sabbia e sabbia e niente altro.
Alle 7 (nove locali) arriviamo all'aeroporto di Nairobi; ci allacciamo la cintura di sicurezza mentre l'aereo plana dolcemente. Siamo già sulla pista, stiamo per toccare terra, quando improvvisamente aumenta il rombo dei motori, l'aereo si impenna e prende quota. Forse la pista era occupata. Sorvoliamo l'aeroporto e siamo di nuovo sulla pista d'atterraggio e tocchiamo tranquillamente terra.
Nairobi è a 140 chilometri dall'equatore e crediamo di trovare caldo e sole splendente: troviamo invece nebbia, pioggia e una temperatura di 13 gradi. La città è a 1600 metri d'altezza sul mare e il freddo è pungente; i negri sono avvolti in pesanti cappotti.
Alle 9,50 (11,50 locali) prendiamo l'aereo per Entebbe: un bimotore turboelica, di costruzione inglese. Voliamo su un mare di nebbia, che mostra di tanto in tanto squarci di vegetazione. Intanto la stanchezza e l’emozione dell'atterraggio a Nairobi mi sprofondano in un benefico sonno, dal quale mi sveglio all'arrivo.
A Entebbe andiamo dai PP. Bianchi, che ci accolgono affettuosamente, e ci mettono tutto a disposizione. Nel pomeriggio, dopo un breve riposo ,facciamo una passeggiata per la cittadina, che sorge proprio sull'equatore, su una baia del lago Vittoria.
Entebbe è una piccola città giardino: strade asfaltate e pulite, fiancheggiate da filari di alti alberi; casette civettuole sommerse nel verde e tra fiori dai colori sgargianti. Le macchine sono di marca europea: vediamo una Peugeot, un'Opel, una «Fiat 600», una «500», una «1300»; numerose le Volkswagen. C'inoltriamo in un vasto prato verde che serve come campo di golf da un lato e come campo di calcio dall'altro lato. Molti i giovani che si divertono.
Sono le 15,30 (17,30 locali) e il sole ormai sta per tramontare: anche noi ritorniamo al nostro rifugio.
L'indomani mattina alle 3,50 (5,50 locali) un Padre Bianco ci accompagna con una Volkswagen all'aeroporto; decolliamo per Arua alle 4,50 (6,50 locali). La terra è ancora avvolta in una nebbia biancastra, lattiginosa: si riesce tuttavia a distinguere la vegetazione, che è intensa; si notano zone paludose; si intravedono sempre più chiaramente gruppi di capanne e qualche branco di animali.
Atterriamo a Soroti e a Gulu Artifici, piccoli aeroporti con la pista tracciata da linee bianche sul soffice prato verde; si scende dall'aereo, si fanno quattro passi, si prende una boccata d'aria fresca e quindi si sale assieme al pilota. Si decolla. Ad Arua speriamo di trovare qualcuno dei nostri ad attenderci: ma la nostra speranza è delusa. Nessuno. (Erano venuti il 3 agosto e il telegramma non era arrivato e non è ancora arrivato). Un musulmano con un alto turbante ci accompagna in una fiammante Mercedes argentea in città e precisamente alla missione dei PP. Comboniani. Affettuose accoglienze da parte di quei Religiosi e dal Vescovo, Mons. Tarentino. Arua è sede di diocesi e capoluogo di distretto; è quindi anche centro d'intenso commercio, tenuto tutto dagli indigeni.
Celebriamo la Messa, facciamo uno spuntino e il Vescovo ci fa accompagnare con una Volkswagen ad Aru, la città di frontiera del Congo.
La missione è tenuta dai PP. Bianchi, tra i quali c'è un affabile sacerdote italiano di Perugia.
Aru è l'ultima nostra sosta, prima di partire per Biringi attraverso la strada del Kibali. Superato il fiume con la piroga, c'inoltriamo in una strada erbosa nel mezzo di una foresta lussureggiante. È il periodo delle piogge e la vegetazione erbacea ha raggiunto quasi i due metri di altezza e si attorciglia intorno ai tronchi degli alberi. Il cielo è plumbeo e minaccia un temporale: qualche lampo, qualche goccia di acqua; la temperatura è mite. Arriviamo in un'altura e vediamo in fondo all'orizzonte una grande fiamma: è il sole che fa capolino da una nube; ma è al tramonto e l'oscurità ci avvolge rapidamente. Si sente il frinire delle cicale e il lamento di altri animali notturni.
Si avanza lentamente: i portatori sono stanchi. Giunti ad una capanna ci fermiamo e decidiamo di mandare un giovane a chiamare i nostri. Nell'attesa numerosi negri che tornano dalla caccia alle loro capanne ci riconoscono per missionari e ci fanno tanta festa. Vogliono essere benedetti; alcuni mostrano la medaglina che portano al collo. Quanta semplicità e quanta bontà! Ne sono commosso: stringo a tutti la mano e distribuisco caramelle. Intanto gl'indigeni, coperti di pochi indumenti, accendono un grande falò per difendersi dal freddo notturno e intrecciano una danza gioiosa sullo spiazzo della capanna.
Dopo circa tre quarti arriva Fr. Corrado con un furgoncino Volkswagen: un abbraccio caloroso, commosso. Grida festose dei negri, che ci salutano danzando. In pochi minuti siamo alla missione: un abbraccio ai nostri che sono fuori di sé dalla gioia. I cristiani e i catecumeni che vivono alla missione sono meravigliati dell'insolita animazione che ha prodotto il nostro arrivo e partecipano con festose grida alla nostra gioia.
Come è bello riposare dopo avere raggiunto la meta!
Al mattino, dopo la Messa, c'è la presentazione ufficiale: tam tam, canti corali, discorsi, strette di mano, danze. Quindi la visita alla missione. La realizzazione delle numerose opere ci sorprende e ci riempie il cuore di gioia: non credevamo di trovare tanto sviluppo! I nostri religiosi hanno lavorato con entusiasmo ed energia, suscitando un buon numero di conversioni. Alla funzione del primo venerdì ho potuto vedere con quale compostezza i negri assistono alla S. Messa e fanno la S. Comunione. Canti polifonici eseguiti con tutte le sfumature, Missa de Angelis corale, chierichetti in tunica rossa e cotta bianca che servono la Messa con una devozione pari a quella dei nostri seminaristi; legione di Maria, Azione Cattolica ed altre organizzazioni cattoliche: tutte opere che richiedono un costante lavoro, al quale i nostri si sono dedicati giornalmente per tutti questi anni.
Resta certamente molto, moltissimo da fare, poiché la mentalità pagana potrà trasformarsi in cristiana col lavoro di decine di anni, anzi di secoli. Comunque c'è un buon inizio e coll'aiuto del Signore il seme potrà diventare una grande pianta.
Gl'indigeni sono rispettosi, anzi affettuosi nella loro ingenua semplicità, e non risentono fino ad ora l'influsso della politica, sia perché la zona è separata dalle principali vie di comunicazione (da un lato c'è il Kibali largo trenta metri, dall'altro bisogna attraversare una interminabile foresta), sia perché la tribù non è all'altezza di comprendere il significato di indipendenza e di libertà. Sembra che il tempo qui si sia fermato: la tribù infatti vive come l'uomo dell'età della pietra. Una capanna di fango coperta di bambù serve per dormire e per cucinarvi; una pentola su due pietre per cuocervi la selvaggina e il magnocco (una specie di patata da cui si ricava la farina); un fondo di zucca per bere e per lavarsi, quando si lava; il fuoco per difendersi dal freddo, arco e lancia per la caccia. Tutta questa arretratezza non per la miseria del terreno, ma per l'indolenza e la pigrizia degli abitanti. Il terreno in questa zona di Biringi è fertilissimo, produce caffè, cotone, granturco, magnocco, patate, banane, ortaggi, eucalipti giganteschi, acacia erbosa e altri alberi da frutta e da legname.
Ma a che pro lavorare? Basta per vivere un po' di caccia e quello che il terreno produce spontaneamente. È questo il ragionamento del negro, che i missionari cercano di abituare al lavoro per toglierlo dall'ozio, padre dei vizi.
Ma ai missionari poco importa la fertilità del terreno, importa invece che sia ricco il loro apostolato di frutti spirituali. E noi siamo qui; non per sfruttare il terreno, ma per elevare la tribù allo stato di uomini e quindi cristianizzarla, diffondendo in mezzo a loro la fede di Cristo. E con l'aiuto del Signore, speriamo di raggiungere l'ideale prefissoci .

Tre giorni dopo l’arrivo a Biringi, Padre Spoto si recò in visita di cortesia da S. E. mons. Thomas Kuba, Vescovo di Mahagi-Nioka.
Ripartiti dalla sede vescovile, dove erano stati per due giorni ospiti di Mons. Kuba, si fermarono presso la missione di Luma affidata al clero indigeno e a Vida, dove era in costruzione un secondo seminario indigeno. Padre Spoto non tralasciò l’opportunità di fermarsi a visitare, non solo la “propria”, ma, quando era possibile, anche le altre missioni poiché la situazione politica e bellica in quel periodo era abbastanza tranquilla.
Intanto, si rendeva sempre più convinto che il vero posto della missione doveva essere necessariamente Moberi; il centro sul quale gravita il grosso della popolazione degli Ndo .
Il 18 agosto Padre Spoto fa il suo primo vero e proprio safari insieme con il superiore di Biringi. Anche di questo viaggio scriverà un reportage, pubblicato nel numero 6 (novembre-dicembre 1964), della “Carità”. Eccolo integrale:
Tam...; Tatam... Tatatam...
La pioggia torrenziale si è calmata e sul sagrato della chiesetta echeggia fragoroso il rullo del tamburo, che annunzia l'arrivo del missionario. Il villaggio apprende esultante la notizia e si riempie di animazione: tutti si avviano alla chiesa per confessarsi e disporsi l'animo a ricevere la santa eucaristia.
Assada è la prima tappa del nostro safari, a 45 chilometri dalla missione. Il piccolo villaggio, seppellito tra giganteschi eucalipti, mostra una certa evoluzione: ha belle casette rettangolari allineate su un rettifilo e circondate da aiuole; una chiesetta in mattoni rossi con una comoda abitazione per il missionario, un campo sportivo e una scuola. Nei dintorni c'è una grande fattoria con circa 10.000 capi di bestiame: tutti quindi lavorano e il lavoro dà benessere e prosperità. La fattoria, come le altre della zona, dipende dalla Società delle ricchissime miniere d'oro (Kilomoto), sparse in tutto il territorio dell'Ituri.
Il missionario ascolta le confessioni, mentre io faccio una breve passeggiata nel villaggio. Si ode il muggito dei buoi e il rintocco lento di qualche campana; un gruppo di bimbi seminudi razzola su uno spiazzo erboso; una donna batte su una pietra incavata tuberi di magnocco, con la cui farina si fa il “fufu”, una specie di polenta, pasto giornaliero dei negri.
È già sera e le confessioni son terminate; l'acqua intanto comincia a ricadere violenta sul tetto di lamiera col fragore di una cascata. Prepariamo i nostri lettini da campo per passarvi la notte.
Il nostro safari era cominciato il 18 agosto, martedì, alle ore 14. Siamo partiti dalla missione con un sole ardente e il cielo piuttosto limpido: ma il caldo annunzia la pioggia che ci coglie in piena foresta. Pioggia violenta, torrenziale che trasforma la strada in fiumi limacciosi. La macchina, una Volkswagen, naviga come una barca in alto mare: nelle pozzanghere profonde ondeggia a destra e a sinistra, come agitata da furiosi cavalloni; solleva ondate di acqua alte circa due metri, si rimette in carreggiata e continua imperterrita la sua strada.
Arriviamo ad Assada, che ancora piove e siamo quindi costretti ad aspettare in macchina. Frattanto la pioggia termina e il tam tam raduna i cristiani: il sacerdote incomincia il suo lavoro.
Dal diario redatto dai nostri missionari risulta che nel villaggio la fede cristiana è stata accolta con entusiasmo e che sono numerosi i praticanti. Ci sono state varie difficoltà; ci sono ancora famiglie irregolari, ma tutto fa sperare una vita spirituale più rigogliosa.
Per la santa messa la chiesa è affollata: gli uomini da un lato, le donne dall’altro; canti corali a due voci eseguiti con rara perfezione; numerose comunioni; qualche battesimo.
Ripartiamo per Kisu, che prende il nome dal fiume omonimo. La zona è collinosa, verdeggiante di pascoli, con rari alberi di eucalipti. La strada si snoda in vari saliscendi tra vallate e colline. Incontriamo vari camions; si vedono nei campi armenti e i pali della luce elettrica che portano la corrente alle varie fattorie e alle miniere d’oro.
Kisu comprende varie capanne in mezzo ai campi: vi abitano i Kare e i Marfu, due razze ben distinte e con caratteri propri; i Marfu sono apparentati coi pigmei, di cui parlano la lingua e conservano qualche tratto somatico.
Ci avviciniamo alla capanna dell’Istituto ed entriamo in una specie di salotto che fa da cappella: pareti e tetto sono di bambù e di paglia. A una parete stanno appese alcune immagini: al centro sta il Sacro Cuore, da un lato una foto di Pio XII e dall’altro un’immagine di P. Giacomo Cusmano.
La temperatura si mantiene bassa e il tempo è piovigginoso: tuttavia i bambini stanno ugualmente ignudi; gli uomini portano calzoni corti e camicetta a brandelli, le donne un pezzo di stoffa trattenuto al petto: tutti sono scalzi. Il missionario, P. Sanfilippo, parla col capo del villaggio, di origine pigmea e decide di aprire sul posto una scuola, che da tempo si desiderava.
Si riparte e si va a Kandoy, un villaggio con circa 600 abitanti situato sulla nazionale che collega le miniere: vi è quindi un centro di commercio in pieno sviluppo. Ci sono 300 cristiani e 50 protestanti, che cercano di fare un po’ di ostruzionismo alla missione cattolica. Troviamo infatti che sta sorgendo una capanna proprio sul terreno della missione: il costruttore, protestante, dice di avere avuto il permesso dal Capo. Dopo una vivace discussione si decide di andare ad Alungba, sede del Gran Capo. Ci accompagna nel viaggio una fitta pioggia intermittente. Ci inoltriamo in una piazza circondata di alti alberi: ai lati ci stanno gli uffici della Chefferie e la sede del tribunale.
Al nostro annunzio, il Gran Capo ci accoglie benevolmente. È un uomo di media statura, piuttosto tarchiato, con baffetti a punta, fronte spaziosa e capelli crespi: ha un carattere semplicione e ingenuo e mostra poca intelligenza. Ascolta la nostra protesta e dice che vi porrà rimedio.
Visitiamo quindi la zona della missione in uno spiazzo pianeggiante: c’è una chiesetta di fango e bambù, la capanna per il sacerdote in safari, un edificio scolastico moderno, all’europea, costruito dal governo, rifinito con cura e con attrezzature in ferro battuto.
Alle 16 ritorniamo a Kandoy, la seconda tappa del safari: poche confessioni a causa del maltempo.
A tarda sera vengono a trovarci alcuni protestanti, tra i quali il capo del villaggio e vice-capo di tutta la tribù degli Ndo. Si direbbe che vengano con la complicità delle tenebre, come Nicodemo, in cerca della vera luce. Si tiene una cordiale conversazione: si parla della convivenza leale dei protestanti in Europa e in America, del riavvicinamento del protestantesimo alla Chiesa e dell’universalità della religione cattolica.
Essi si lamentano che i loro pastori se ne sono andati appena hanno avvertito il pericolo e mostrano ammirazione per i missionari cattolici che non abbandonano mai il loro posto. Ci danno quindi festosi la buona notte, augurandoci che possiamo al più presto aprire la missione di Moberi: dicono che manderanno là i propri figliuoli per essere educati.
Passiamo la notte nella capanna, che ha due stanzette ricavate con tramezzi di fango rosso. La temperatura è bassa e il freddo entra dalle finestre, meglio dai buchi, senza vetro, e dagli interstizi tra il tetto e le pareti.
Al mattino la messa è alle dieci per la folla delle confessioni: numerose comunioni, diversi battesimi, consigli ai neo - cristiani, accordi con gl’istitutori: il missionario sta occupato fino alle 14.
Fatto il pranzo in fretta si riparte per un altro villaggio, Ekey, dove c’è un fiorente catecumenato, oltre ai cristiani. Vi si arriva per un breve rettifilo, fiancheggiato da alti eucalipti che poi si allargano in un ampio cerchio, delimitando all’intorno una vasta piazza, al centro della quale spicca una chiesa con artistiche bifore e un ingresso sormontato da un arco a tutto sesto. C’è un bel gruppo di cristiani che ci attende; frattanto il tam-tam chiama gli altri. Il missionario comincia il suo lavoro.
Il sole, che finalmente ci rallegra dopo due giornate di pioggia, getta i suoi ultimi raggi arancioni sulle colline erbose che chiudono l’orizzonte.
Al mattino messa, battesimi e qualche matrimonio.
Ekey è l’ultima tappa del nostro breve safari di quattro giorni, pieno di sacrifici e di soddisfazione per il missionario e anche per me che ho avuto un’esperienza dell’attività apostolica in mezzo ai pagani. Com’è difficile fare sviluppare l’esile pianta della fede cristiana in mezzo alla sterpaia del paganesimo! Ozio, ubriachezza, vendette, immoralità fiaccano la tribù nell’anima e nel corpo. Se il missionario potesse visitarli più spesso per far sentire la sua parola esortatrice, distribuire i sacramenti, come sarebbe più fiorente la vita spirituale! Ma i villaggi sono molto numerosi e distanti e i neocristiani possono incontrarsi col sacerdote ogni due - tre mesi. È dolorosa questa constatazione! Non ci resta che pregare fervorosamente il Signore, perché mandi molti operai nella sua vigna» .

Un po’ alla volta, cresce la consapevolezza di dover prolungare la propria sosta. In una lettera del 26 agosto 1964 informava la mamma: «Il mio soggiorno a Biringi si prolungherà ancora un po’ di tempo, poiché devo visitare tutti i villaggi della missione che sono più di quaranta e abbastanza distanti fra di loro. La mia salute è ottima; così anche quella di Mangione e degli altri due sacerdoti» .
Ma la situazione generale presto si aggravò e quando i Simba aumentarono il controllo e la pressione sulle comunità religiose e su tutte le organizzazioni civili dei bianchi, Padre Spoto dovette diradare o addirittura annullare le visite programmate.
Non potendo lasciare Biringi, Padre Spoto si dedicò con il massimo ardore a tre obiettivi: ministero sacerdotale, studio del lingala e assistenza ai suoi missionari. Già aveva preso la decisione di non lasciare l’Africa. Infatti, sia a fra Corrado, sia a Benito Ruggiero, che lo invitano a ritornare a Palermo, risponde perentoriamente prima a fra Corrado: «[…] ti sembra esatto che un Padre abbandoni i figli quando questi si trovano in pericolo?» , e poi a Padre Benito Ruggiero:
“Io sono venuto in Africa preparato a tutto, sapevo di trovare queste difficoltà ed è per questo che ho fatto anche il testamento prima di partire, ho lasciato tutto in ordine”. “Che Padre sarei io, se nel momento delle difficoltà vi lasciassi e partissi mettendomi in salvo in Europa? Il mio posto per ora è qui in Africa. Se la situazione si farà più grave, subiremo tutti la stessa sorte” .
Ormai l’Africa gli era profondamente entrata nel cuore; in quell’avamposto africano bocconista egli vedeva realizzato il desiderio di martirio del suo Fondatore. Infatti in una lettera a Padre Rinaldi, da tempo già rientrato in Italia, parlando della costruzione della casa di San Martino delle Scale dice: “...beati quegli occhi che se la godranno” , già intuendo, forse, che non sarebbero stati i suoi.
Vogliamo riportare qualche brano della lettera personale diretta a Padre Blanco, del 20 Settembre 1964, con la quale comunicava le sue dimissioni:
Restare qui e sacrificare me stesso, distaccandomi per sempre da mia mamma, fiducioso che il Crocifisso rimarginerà questa ferita, anziché compromettere l’onore della Congregazione, chiudendo o compromettendo la missione.
Se quindi resto qui, […] non è per puntiglio o per disinteresse, ma solo per un alto senso del dovere, solo per l’interesse e l’amore della Congregazione, che sta prevalendo anche sull’affetto di mia mamma.
D’altra parte per ora in questo caos è impossibile che un altro entri nel Congo e la situazione politica può giustificare agli occhi di tutti le mie dimissioni .

Padre Saccone, Rettore del Seminario dei Servi dei Poveri, scrisse a Padre Spoto per fargli gli auguri di buon onomastico. Nella risposta questi diceva tra l’altro:
P. S. Le faccio osservare che non sono stato io a battezzare l’Africa (Lei intende scherzare), ma l’Africa ha battezzato me, un po’ bruscamente, in quell’avventuroso pomeriggio, con la varietà affascinante dei suoi paesaggi e con la primitività dei suoi costumi folcloristici; adesso mi sta battezzando con questa rivolta sanguinosa. Spero però di poterlo amministrare anch’io il battesimo all’Africa e al più presto! .
Da settembre a dicembre 1964 iniziò la drammatica fase di continuo vagabondaggio dei quattro missionari, per non cadere nelle mani dei ribelli, descritta sia da Padre Spoto, sia da Padre Benito Ruggiero nei rispettivi diari. Causa di tante dolorose avventure fu l’accendersi della violenza dei simba.
 
 
 

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