Beato Francesco Spoto, Superiore Generale
della "Congregazione dei Missionari Servi dei Poveri -
Boccone del Povero", fondata dal Beato Giacomo Cusmano
il 21 Novembre 1887
l' eore> agonia e
morte
Agonia e morte
Alcuni indigeni,
alcuni anni dopo, con l'allora Superiore Generale Padre
Carmelo Saccone, e Erira ( Congo) nel luogo
della prima sepoltura di Padre Francesco
Spoto
Nei quindici giorni tra l’11 dicembre e
la morte, i fuggiaschi si spostano
continuamente allo scopo di prevenire un
nuovo attacco dei Simba. Per Padre Spoto era
stata approntata «[…] una specie di
lettiga[…]» , a causa dell’impossibilità di
camminare.
A questo punto continuiamo la narrazione con
l’aiuto del diario di Padre Benito Ruggiero. Martedì 15 dicembre
Dietro consiglio di P. Spoto cominciamo con
Corrado la novena alla Madonna degli
Infermi; nel pomeriggio avverto il Padre ed
egli mi dice: “Pregate, pregate molto, se la
Madonna ci salva torneremo tutti a lavorare
nel nostro povero Congo”.
21 Lunedì
Il Padre va di male in peggio. Mi sorprende
che piango: “Perché
piangi?” mi dice. Ed io: “Come
non piangere nel vederlo così”? “Ma perché
non ti vuoi rassegnare alla Volontà di Dio?
Quante volte te l’ho detto che il Signore mi
vuole, mi chiama; quella camicetta rossa che
il Padre Giacomo Cusmano ha desiderato, il
Signore l’ha conservata per me; non devi
piangere, devi pregare molto e lavorare
molto per la Congregazione”.
Poi mi ha dato il suo Crocifisso e mi ha
detto: “Se ti salvi portalo alla mia mamma,
e dille che non deve piangere”.
22 Martedì Il Padre peggiora. P. Sanfilippo mi
consiglia di invitare il Padre a
confessarsi. Mi avvicino al giaciglio del
Padre e cerco di avviare il discorso con
lui.
E lui: “Benito, la mia vita è finita, sono
però contento di essere assistito da te. Ti
ricordi quando eri bambino nella mia
sezione? e poi in seminario;
all’orfanotrofio; quanto tempo abbiamo
passato insieme; sono contento di morire
assistito da te”.
Si è poi confessato e volle baciare il suo
Crocifisso; “Questo mio tienilo tu; dammi il
tuo Crocifisso”. Gliel’ho dato e lo ha
tenuto fino alla morte . 24 dicembre
Padre Spoto fu trasferito nella capanna di
uno dei fedeli chiamato Agatone, il quale
diede ospitalità a lui e agli altri
missionari.
Il trasferimento in questa capanna avvenne
durante la notte tra il ventiquattro ed il
venticinque dicembre. E ricordo ancora molto
bene che era vicina la mezzanotte, quando
giungemmo nei pressi di una di quelle
cappelle che, costruite nei villaggi
distanti dalla sede della Missione, servono
al Missionario quando vi si reca per
svolgervi la sua attività apostolica.
Guardando la cappella, mi vennero in mente
le chiese, dove proprio a quell’ora si
celebrava la festività del Natale. Allora mi
rivolsi a P. Ruggiero e con dolorosa
mestizia gli dissi: “Noi qui, mentre in
Italia si festeggia il santo Natale!” . 26 Sabato
Il Padre è in agonia.
Siamo preoccupati, non possiamo dargli il
Viatico e nemmeno l’Olio Santo.
Dieudonné, è con noi; P. Sanfilippo lo ha
invitato ad andare alla Missione a prendere
gli Oli Santi; è molto pericoloso, non si è
rifiutato ma tentenna.
Mi avvicino a lui, lo guardo con affetto:
“Die’ (così lo chiamavo familiarmente) vedi
il Padre? - Si che lo vedo, muore per noi”;
“Non farai niente per lui? Hai molta paura,
lo so: è pericoloso”. Dieudonné, mi guarda e
va via. Sono passate però più di 4 ore, ha
fatto circa 38 km. Ha trovato nella mia
Cassa-Cappella che stava nella brousse la
custodia degli Oli Santi e l’aspersorio, me
li consegna, non ha trovato il rituale e ci
ha portato un altro libretto; è felice di
avere compiuto la sua missione; adesso il
Padre può ricevere l’Olio Santo, che è stato
amministrato nella forma breve da P.
Sanfilippo.
Poi faccio baciare a lui il crocifisso; lo
ha stretto forte forte, me lo ha ridato e
con un fil di voce mi ha detto: “Alla mamma”
. Domenica 27 dicembre.
«Alle ore 8,40 del 27 dicembre 1964, P.
Spoto serenamente, placidamente rese la sua
anima a Dio e si addormentò nel Signore» .
Testimoni della morte furono Fra Corrado,
Padre Sanfilippo e Padre Benito Ruggiero che
lo assistevano dalla sera del pestaggio
infertogli dai Simba. È possibile che al
momento del trapasso siano stati presenti
anche Agatone e sua moglie - che ospitavano
i quattro religiosi - però la coppia e i
loro figlioli erano rimasti fuori della
capanna, a “fare chiasso” per sviare
eventuali curiosità e sospetti.
Per sfuggire ai Simba, per evitare di essere
visti e di dare a conoscere la morte, si
pensò di seppellire Padre Spoto durante la
stessa notte. Erano presenti alla sepoltura
i tre confratelli, più Etienne Andri, Walter
Mokili, Dieudonné Ngele, Tiborosio Andi,
Agatone, Julienne Obhiki.
A tarda notte, Agatone si interessò di far
venire alcuni nostri fedeli amici, i quali
scavarono la fossa distante circa dieci
metri dalla capanna; qui seppellimmo il
Servo di Dio, avvolto in una coperta,
secondo l’uso locale, e vi rimase per due
anni .
Dunque, dopo poche ore dalla morte, la salma
viene seppellita nei pressi della capanna di
Agatone, che si trova a Rungu-Erira,
Missione di Biringi, Diocesi di Mahagi-Nioka
dove rimase fino al mese di gennaio 1967.
Tutti e tre i confratelli ebbero salva la
vita e poterono rientrare in Italia. Grazie
a quel sacrificio, inoltre, le comunità
missionarie dei Servi e delle Serve dei
Poveri si moltiplicarono: quel sangue
veramente non è stato versato invano .
Padre Sanfilippo scriverà di quella eroica
offerta per amore dei fratelli, riportando
le testuali parole di Padre Spoto «Signore,
prenditi la mia vita, ma salva quella dei
Confratelli» .
La spiritualità del Padre Spoto e la forza
della sua testimonianza sgorgano dallo
spirito missionario che animò sempre la sua
vita: l’una e l’altra nascono dalla piena
docilità allo Spirito. Non era andato in
Africa per morire “martire”, ma per
confermare i Confratelli nella vocazione
missionaria e consolidare la giovane
missione di Biringi.
E si lasciò condurre dallo Spirito. Questa
docilità interiore (che possedeva da sempre)
gli meritò il dono del discernimento e della
fortezza in un momento difficile, tragico,
per condurre a termine la sua missione con
la testimonianza suprema dell’amore, il
martirio. Non ha esitato, fino al dono della
vita.
La fede cristiana lo ha portato ad
immergersi fino in fondo nel dramma, nella
sofferenza e così ha costruito con la vita
qualche frammento del regno di Dio.
La missione di Biringi ha in lui il
testimone ed il profeta. La teologia del
martirio e della Croce, insieme a Cristo e
come il Cristo, vissuta dal padre Spoto, è
la sua gloria, unita a quella di Cristo.
In una lettera del 10 luglio 1990 Padre
Sanfilippo scriverà: [...] il 27
dicembre 1964 il Padre morì. Noi abbiamo
continuato a vivere, stremati di forze fino
al 19 gennaio, quando gli amici poterono
trasportarci in Uganda in bicicletta. Il
Padre aveva offerto la sua vita affinché
fossimo salvi. È quello che pensai subito
non appena arrivati in Italia, finalmente
salvi .
Nel gennaio dell’anno 1967, Padre Prospero
Sanfilippo, ritornato alla missione, fa
esumare i resti per tumularli degnamente
nella Chiesa parrocchiale di Biringi.
Nell’estate del 1984, il Superiore Generale
all’epoca Padre Giuseppe Giorgio, recatosi a
Biringi in visita canonica appiana ogni
difficoltà per il rientro in Italia della
salma del suo eroico predecessore.
Il 14 ottobre 1984, dopo l’omaggio devoto e
affettuoso dei buoni cristiani venuti da
tutto il distretto, i resti mortali del
Padre Spoto lasciarono Biringi, dopo 20 anni
dalla morte.
Arrivano a Palermo la sera del giorno 19
ottobre 1984, dentro una cassetta di legno,
provvista dei sigilli dell’Ambasciata
d’Italia in Kinshasa.
La cassetta venne deposta nella Chiesa
parrocchiale del Cuore Eucaristico di Gesù
in un sarcofago appositamente predisposto.
Lo zelo, il coraggio di Padre Spoto, la sua
statura di uomo, di religioso, di sacerdote,
di missionario, di Superiore Generale già
permeati di una forte e profonda
spiritualità, riconosciuta dall’esercizio
delle virtù in grado eroico, divennero più
luminosi nel martirio subito e accettato
quale suprema testimonianza d’amore. Resta
una lucerna accesa dallo Spirito Santo
destinata ad essere posta sul candelabro.
Così, da allora, ha avuto inizio, seguìta da
un crescendo continuo, la richiesta di dare
inizio all’Inchiesta diocesana per la sua
elevazione agli onori degli altari .
Parlando di lui nell’idioma che fu di Roma
ed è di Madre Chiesa, entrando in comunione
con lui nella lingua d’Ambrogio e
d’Agostino, sento di poter affermare che
Padre Francesco fu come l’“Aeneas”, (“Pius”
per Virgilio e “Castus” per Orazio) “[…]
daturus plura relictis” . Sì, prescelto da
Dio a dare cose ben maggiori di quelle pur
egregie compiute. Enea, infatti, dette al
mondo Roma; il martire, donando la linfa
vitale del proprio sangue, generò e genera
per il mondo vocazioni e benedizioni dal
Signore.
Il “suo” Cristo Gesù gli aveva concesso
l'alto privilegio di morire per dare
testimonianza e di indossare a segno del
martirio la “camicetta rossa di sangue” che
il Fondatore della Congregazione, il Beato
Giacomo Cusmano avrebbe tanto desiderato
indossare. Egli conceda, soprattutto a noi,
Servi dei Poveri, di essere fieri, ma
soprattutto degni di un tale confratello e
possa egli continuare ad essere seme di
nuovi cristiani per la Santa Chiesa di Dio .