Beato Francesco Spoto, Superiore Generale
della "Congregazione dei Missionari Servi dei Poveri - Boccone del Povero", fondata dal Beato Giacomo Cusmano
il 21 Novembre 1887

 
   
 
 

 

 
 

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Caro Padre Spoto, penso che ti farà piacere leggere anche una lettera, a me indirizzata (ma a te diretta), di un “giovane” sessantenne tuo confratello, Padre Giovanni Avena











 

 Lettera di Sac. Vincenzo Bertolone SdP
 
Lettera a Padre Francesco Spoto

Caro Padre Francesco,
a questo punto, dopo che, con timore e tremore, ho cercato di mettere in luce alcune “tracce” del tuo volto, espressione della tua anima, dovrei trarre, come si suole fare, una conclusione.
In una mattutina riflessione, ho pensato di imitare il mio caro Albino Luciani con i suoi “Illustrissimi” per sintetizzare questo piccolo lavoro a te dedicato, scrivendoti una lettera così come mi detta il cuore.
Chiedo immediatamente venia, per la mancanza di quel distacco necessario, soprattutto ai lettori di gusto finissimo, perché questa lettera, in verità, non si addice, non si “confà” al Postulatore di una Causa di Beatificazione, né ad un biografo, né tanto meno ad uno storico.
L’ultima volta che sono “sceso” a Palermo ho trovato, non so neppure io come, una ventina di minuti per andarmene a passeggiare lungo il molo.
Avevo urgente, vitale necessità di starmene all’aria aperta, da solo, ammesso che davanti al mare, si possa “essere soli”. Me ne sono stato per un po’ a passeggiare avanti e indietro, fermandomi ogni tanto a guardare lontano, verso il “continente”, verso Roma...
Era sera inoltrata.
Seduto su una panchina e socchiusi gli occhi, sono stato pervaso da una soave nostalgia di cose e di eventi remoti.
Caro Padre Francesco, protagonista e causa di quel mio stato eri tu.
Questa sofferenza, per te e a motivo di te, io non l’ho provata quando mi dissero che non saresti tornato da laggiù. I ragazzi durano fatica a razionalizzare la morte perché si sentono ottimisti, quasi déi immortali. Io ho cominciato ad avvertirla quando, crescendo, ho acquisito tra le altre cose, anche questa amara coscienza che veramente non ti avrei rivisto più, mai più sarebbero giunte alle mie orecchie a rincuorarmi le tue parole paterne.
Mi accorgo ora che ti sto dando del “tu”: non l’ho mai fatto prima d’ora con te, che ti rivolgevi anche alla tua cara mamma con il “lei”.
La tua morte mi ha posto questi interrogativi: perché la morte di un giovane prete quarantenne? Perché proprio lui? Le parole angosciosamente stupende di una giovane, immobilizzata da una forma di morbo progressivo e incurabile, mi son venuti in aiuto: «Non sei colpa Tu, / O Signore, / se il Disegno / è più grande!». Questi versi di Gioia Turoldo mi hanno fatto capire che anche il sacrificio supremo di un uomo, di un amico, non è da attribuire a Te, Signore, ma bisogna sapere che, comunque, Tu lo hai inscritto nel Disegno della costruzione del Tuo Regno.
Ho riaperto gli occhi, ma non mi sono alzato, e ho lasciato che il mio sguardo riprendesse a vagare sopra lo scenario marino. Il faro del molo, che prima era spento, ora aveva cominciato a spingere in una lontananza circolare la sua luce. Come lo “sguardo” di quel faro è guida e riferimento ai naviganti che tornano, così il tuo sguardo era la nostra guida, la nostra bussola, il nostro approdo.
Per l’amore e la riverenza di cui eri degno in cuor mio, avevo accomunato quel tuo sguardo a “quell’Altro”, divino.
Benché riluttante, perché mi reputavo non dignus, la nostra Congregazione mi ha voluto Postulatore della tua Causa di beatificazione e ho dovuto raccogliere, esaminare, catalogare, leggere (ri-leggere, decine di volte, ma era come leggere qualcosa di grande e di sconosciuto) tutto ciò che i documenti dicono di te e tutto quello che tu hai scritto, anche le lettere personali ai familiari.
Per un brevissimo, ma significativo tratto della mia vita ti avevo preso, come tanti altri giovani confratelli, a modello da imitare, con il fermo proposito di ricalcare le tue orme fino a quelle fatali. Negli ultimi anni, rileggendoti, e di ciò ringrazio il Signore, ho recuperato i sogni e gli ideali giovanili insieme con quella tua profonda spiritualità che arricchisce oggi la mia vita.
Tu, caro Padre, così umile e schivo da non essere notato, oppure scambiato per “scontroso”, addirittura “misantropo”, così estraneo agli onori e alle lodi, accetta la mia gratitudine per avermi accolto in seminario, per avermi ammesso al noviziato, per avermi insegnato a seguire gli alti ideali umani e cristiani.
Per noi sacerdoti c’è un’unica strada certa, non ha importanza se lastricata o asfaltata o semplicemente di terra battuta; non importa se rischiarata nella notte oppure no: quello che importa è che questa nostra strada è la sequela di Cristo, la sua imitazione. Tuttavia questa strada un giovane sacerdote la percorre meglio se può calcare con i propri piedi le orme ancora fresche di piedi più saldi e sicuri. Così avrei dovuto fare, Padre mio, e così tenterò di continuare a fare, cercando (è pur sempre un “cercare”, un “tentare” di avvicinarsi ad un modello troppo grande, talmente grande da essere santo nel martirio e martire nella santità!), di farmi coraggio.
Non so quante benedizioni ti ho inviato, mentre, man mano che “bevevo” letteralmente le tue parole, i tuoi concetti, i tuoi pensieri, mi sentivo sempre più “spogliato”, perché tu mettevi a nudo con il tuo vedere “oltre”, più “in alto”, sublime nell’animo e nel discernimento, la mia povertà.
Mi sono trovato ricco, tramite te e a motivo della “Causa per te”. E come un re poteva enumerare le proprie ricchezze elencando le terre, i castelli, i popoli, i boschi e le miniere che si trovavano nel suo regno, così io posso adesso enumerare i capitoli di questa mia assai più preziosa ricchezza, tutta morale e spirituale, dicendo soltanto e semplicemente: mi hai fatto ricco trasmettendomi i tesori della tua cultura, della tua fede e delle tue idealità.
Quale dolce sorpresa, quale soddisfazione potere constatare che amavi Pascoli, (... “La Piccozza”: quante volte la citi nelle tue lezioni, nelle tue omelie, a simbolo della volontà e della fortezza che ogni uomo, specialmente se sacerdote, deve possedere). E Leopardi (“Il sabato del villaggio”, come la festa dell’Assunta in quel lembo della missione d’Africa dove Dio ha perfezionato definitivamente la scelta che aveva fatto: te, non altri!). Il Pascoli e il Leopardi che io amo sono gli stessi poeti da te prediletti; e poi Salvaneschi, il Dostoevskij con “I Fratelli Karamazov”, Solovev, Rousseau, Victor Hugo.
«Avere un ideale è aver una ragione di vivere ed è pure il mezzo per una vita più piena, più alta»: è la frase, del Bourgeois, che citavi spesso e che ho fatto mia, come anche le parole a te care di un altro francese, il Bourget: «alla fede devono corrispondere le opere».
Caro Padre Francesco, tu che ti sei consumato come legna asciutta nel camino per riscaldare e fare luce agli altri, che hai saputo coniugare l’affabilità con la fortezza, la coerenza con la comprensione, la pazienza con il dialogo, la mitezza con il sorriso e la bonarietà che erano connaturate alla tua “facies”, proiezione esterna di quel mare di bontà che è stata la tua anima, la fermezza con la chiarezza, l’amore a Cristo con il servizio ecclesiale e con la tua offerta finale, sii faro luminoso e un vero maestro per tutti noi.
Desidero che il tuo coraggio - che ha destato la più profonda, costante e unanime ammirazione, dal momento del martirio fino ai nostri giorni - porti molti frutti di santità apostolica alla Chiesa e alla tua amata Congregazione; che il tuo magnifico esempio diventi guida autorevole ai Sacerdoti, ai Religiosi, ai Superiori Generali e ad ogni uomo che cerca il Volto di Cristo.
Io voglio ringraziarti per la tua vita di giovane studente ordinato, “pulito”, di esemplare novizio, di sacerdote umile e disponibile, di Superiore attento, paziente e aperto all’evangelizzazione.
Voglio ringraziarti per la finezza del tratto, per la limpidezza dello sguardo, la semplicità del comportamento, per la trasparenza, per l’autentica coerenza della vita.
Voglio ringraziarti per l’umiltà con cui hai saputo prepararti alla morte, affidandoti al mistero insondabile ma adorabile della volontà di Dio, con lo spirito dell’ubbidienza filiale di Gesù vissuta sino alla morte in croce. La tua ubbidienza alla volontà di Dio è stata il tuo “culmine spirituale” perché, come insegnava il nostro Beato Padre “copiavi” in te Cristo Gesù, e più volte ripetevi al confratello: “Perché non ti vuoi rassegnare alla Volontà divina?”.
Voglio ringraziarti, infine, per averci lasciato come messaggio di vita il non aver fatto cose straordinarie, ma di averci insegnato a vivere ogni giorno ordinariamente, sempre protesi verso il Volto di Cristo.
Insegnaci che la santità è possibile anche per noi e che non è l’aureola che fa i santi, ma la docilità all’azione dello Spirito Santo.
È così: ci vuole pazienza, ci vuole carità. Quel tipo di carità insegnato e predicato dal nostro Padre comune, il Beato Cusmano, e che trova il suo “Inno” nell’apostolo degli apostoli: “la carità deve essere umile e semplice, concreta e disadorna, come il pane quotidiano. La carità si deve sentire umile di fronte al dolore e alla miseria”.
Esattamente come mi hai insegnato e continui ad insegnarmi, Padre Francesco. E come inadeguatamente si sforza di fare il tuo “novizio” di sempre: Padre Vincenzo Bertolone.

Sac. Vincenzo Bertolone S.d.P.
 

 
  Lettera di Padre Giovanni Avena
Roma, 1° agosto 1998

Caro P. Bertolone ,

Tutte le volte e credo siano state tante in questi anni di nostra frequentazione romana che mi hai chiesto di scrivere su P. Spoto, non ho saputo darti una plausibile e convincente spiegazione del mio rifiuto. In verità neppure io sapevo darmene una, se non quella di un certo timore a scrivere di una persona la cui riservatezza era la cifra dei suoi gesti, delle sue parole, della sua austerità, ma anche del suo modo di essere gioviale e allegro. Insomma, P. Spoto non è mai diventato personaggio sul quale facilmente poter fare scivolare articoli, parole, panegirici, saggi e quant'altro di genere giornalistico o retorico. Forse sta qui la mia difficoltà a scrivere di lui come tu mi chiedevi. Difficoltà che è cresciuta proprio dopo avere ceduto alla tua affettuosa insistenza. Vincendo questa volta il mio pudore non posso non confessartene una ulteriore e più convincente ragione: ho vissuto gli anni più significativi e determinanti della mia vita in amicizia e in grande sintonia con P. Spoto. Erano gli anni dell'ultimo tratto di strada che mi conduceva all'ordinazione. Gli anni del grande entusiasmo per la meta ormai vicina, ma anche gli anni i miei vent'anni! dei grandi pensieri d'amore e di rinuncia, delle vittorie e delle sconfitte, dei ripensamenti e delle grandi passioni ideali, dei progetti di futuro e delle inquietudini del presente, dei dubbi, delle attese, delle delusioni. Gli anni in cui paradossalmente ti incontri con la vita e credi di scontrarti con Dio. In quegli anni P. Spoto mi fu accanto con attenzione e discrezione, con tenerezza e rigore, con serenità. Non gli veniva di fare “il padre”, il superiore o lo zelante consigliere. Era soltanto lui, parola e silenzio, preghiera e attesa, carne e sangue, lacrime e allegria, sudore della semina e gioia del raccolto.
Cosa potrei scrivere in un miserabile articolo, di un uomo fatto così? Dovrei dire ancora e ancora di me, della mia strada ripida e polverosa lungo la quale ho vissuto (e vivo ancora) la sua compagnia, sentito i suoi passi accanto ai miei, ho colto il suo stupore per un improvviso panorama, la sua paura per un vacillamento, la sua commozione per la meta raggiunta, la sua soddisfatta stanchezza al tramonto. Squarci di questo genere oso appena riviverli per me stesso e raccontarli a quanti di P. Spoto conoscono soltanto la biografia del “personaggio” e del “santo”, senza avere auscultato le vibrazioni della sua umanità e la trasparenza della sua anima. A me sembrano queste le cose più vere di una vita, che precedono la santità, ma restano inenarrabili. E nella mia memoria si affollano, ancora più inenarrabili, gli incontri, le frequentazioni, gli episodi vissuti senza schermi né di ruolo, né d'ufficio, né di età.
Ancora oggi, a distanza di tanti anni, non riesco a capacitarmi come abbia potuto chiedergli ero ancora adolescente liceale e lui era stato eletto da qualche settimana superiore generale - non solo se potevo vendere dei libri per ottenere in premio un viaggio gratis a Lourdes, ma anche se lui stesso me ne comprava un bel po’ di copie, magari per farne omaggio in occasione della sua elezione. Non si meravigliò, né si sentì importunato. Ne prese una buona metà, mi assicurò che me li avrebbe pagati quando avrei finito di vendere l'altra metà. A conclusione dell’“affare”, quando partii per Lourdes (andavo al seguito di un pellegrinaggio di sacerdoti ammalati) era soddisfatto quasi più di me e contento di questa mia prima partenza “solitaria”. Al mio ritorno sembrò indifferente al racconto del viaggio. Mi chiese non quanti sacerdoti ammalati avevo servito ma se da questi, a Lourdes, avevo imparato a pregare. Rimasi un po’ interdetto, ma lui lasciò perdere. Qualche tempo dopo compresi quanto quella esigenza diretta ed immediata contrassegnasse la geografia della santità e l'itinerario spirituale di P. Spoto: pregare era per lui cercare Dio, cercarlo e trovarlo innanzitutto nella propria storia e nella propria vita, per poi ri trovarlo e ri conoscerlo nella storia, nella vita, nella sofferenza degli altri. Accostarsi alla sofferenza, servire i poveri, poteva essere già gratificante per essere stati utili e generosi. La spiritualità cusmaniana esigeva la rinuncia a quella gratificazione e la ricerca, invece, della dinamica interiore che ti faceva intuire e sentire appunto la presenza di Dio nella storia, quella tua e quella, alle volte terribile, degli altri.
Tuttavia i momenti espliciti e diretti di “insegnamento” da parte di P. Spoto erano quasi inesistenti. Un po’ il ruolo istituzionale, un po’ la sua naturale timidezza lo facevano, sì, apparire serio ed austero, affatto paternalistico o autoritario. Lo rendeva autorevole, semmai, la schietta linearità dei suoi ragionamenti e il modo diretto e deciso con cui affrontava situazioni di vita quotidiana o di livello esistenziale. Da ciò certi suoi modi ruvidi e avari di parole, al limite dello scostante. Dopo l'iniziale e inevitabile sconcerto non si poteva non cogliere in quella ruvidezza la sopportata fatica della timidezza, che nascondeva e rivelava insieme una personalità soave e serena, la cui riservatezza era semplicemente la gelosa custodia di grandi e profondi sentimenti, di forti e convinte amicizie.
I primi anni sessanta furono gli anni dello scuotimento conciliare. P. Spoto veniva spesso a Roma per ragioni istituzionali, ma non nascondeva un motivo che forse lo interessava di più: trascorrere intere giornate e lunghe notti di conversazioni con noi studenti di teologia al collegio Cusmano. In quell'ambiente riusciva a liberarsi del suo abituale atteggiamento austero e riservato e recuperava, in compagnia dei suoi più giovani confratelli, una sorta di euforica spensieratezza che lo ripagava della quotidiana quasi solitaria fatica del governare, del decidere, del mediare, dell'attendere. Una sera parlammo a lungo degli avvenimenti conciliari e dei nuovi orizzonti verso i quali la Chiesa cominciava ad essere spinta. Mi confidò che lui stesso si sentiva personalmente scosso dalla dirompenza dell'evento-Concilio. Sentii nelle sue parole le vibrazioni di chi aveva sognato e ora cominciava a vedere nella realtà qualcuno dei suoi sogni o delle sue intuizioni. Dinanzi alla mia meraviglia, tentò di farmi capire cosa provava a sentirsi sciogliere e diradare dentro, la coltre grigia della teologia manualistica, dei suoi anni di studi, oltre la quale non aveva potuto vivere altro che il sogno, la speranza di orizzonti più larghi e vicini e la voglia cocente di superare la non rassegnata mortificazione dell'intelligenza e del proprio intelligente amore alla Chiesa. Pur vivendo immerso nel cuore del dibattito conciliare tra università pontificia, quotidiano racconto del Concilio dalla viva voce dei protagonisti e dalla stampa - non avevo ancora compreso quale dirompenza stava aprendosi nella Chiesa e nella vita dei suoi figli. Fui contagiato, quasi fino all'eccitazione, dal modo con cui P. Spoto sentiva e viveva quella prima alba conciliare. Felicissimi i momenti che mi invitava a trascorrere nelle librerie di via Conciliazione. Faceva incetta, per me e per lui, del meglio di Congar, Rahner, De Lubac, Chenu, Daniélou tutti teologi censurati prima del Vaticano II e poi riabilitati e nominati da Giovanni XXIII e da Paolo VI periti o consultori conciliari e di tutto quello che già cominciava ad essere patrimonio del Concilio a beneficio di tutti. Era affascinato dalla teologia della storia di Daniélou e di Chenu, ma ancora più dalla svolta antropologica e dal “cristianesimo anonimo” della teologia di Rahner.
Quando gli comunicammo che avevamo conosciuto un Padre gesuita, docente all'Istituto Biblico, che aveva accettato di venire settimanalmente al collegio Cusmano per delle conferenze e per farci da Direttore spirituale, colse la prima opportunità di un viaggio a Roma per incontrarlo e ascoltarlo. Volle partecipare con la comunità alla conferenza, ma ci pregò di presentarlo come ospite di passaggio e non come Superiore generale. Molti anni dopo rivelai quell'episodio a P. Martini, frattanto divenuto vescovo e cardinale. Ne rimase ammirato e mi confermò il ricordo ora ancora più bello di quei lunghi pomeriggi al collegio Cusmano.
I primi di agosto del 1964 ero a Milano mandato dal rettore del collegio in visita ad un benefattore dell'Istituto, solo e ricoverato in un ospedale. Sapevo che P. Spoto sarebbe passato da Roma per recarsi in Congo in visita alla missione bocconista di Biringi. Il pomeriggio del 4 agosto un confratello mi avvertì che P. Spoto era già a Roma e voleva incontrarmi. Lo chiamai al telefono alla Perseveranza. Mi chiese di rientrare subito e di attenderlo all'aeroporto di Fiumicino da dove si sarebbe imbarcato intorno alle 23 di quello stesso giorno per il Congo. Nella fretta telefonica non avevamo convenuto un punto d'incontro. Fu lui a vedermi per primo e a chiamarmi ad alta voce. Cercai inutilmente di individuare la sagoma di un prete tra la folla densa e variopinta di un aeroporto d'agosto. Mi sentii preso per un braccio: era lui in borghese, un po’ impacciato ma raggiante. Mi abbracciò con una tenerezza che da lui non avevo mai sentito. Gli chiesi subito della durata della sua visita a Biringi per decidere con lui la data della mia ormai imminente ordinazione. Mi prese sottobraccio e mi sorrise, con l'aria di chi vuol farsi perdonare in anticipo una notizia spiacevole. “Preparati all'ordinazione mi disse concorda la data con il vicario generale, ma non tener conto della data del mio ritorno. Non so se ci sarà, né quando. Da Biringi ti sarò comunque vicino”. Evitò di raccogliere il mio disappunto e mi parlò subito di Biringi. C'erano problemi seri in comunità, mi disse, e qualche nuvola cominciava ad intravvedersi sull'orizzonte politico del Congo. Per questo non poteva programmare altro che una sua permanenza sine die. Colsi nel suo volto un'estrema tensione, nei suoi gesti e nelle sue parole l'inutile sforzo per dissimularla. Si tranquillizzò un po’ quando gli assicurai, sorridendo, che se non fosse venuto lui alla mia ordinazione, sarei andato subito dopo in Congo a celebrare con lui. Quella promessa trasformò la sua tensione in una più rilassata cordialità.
Gli augurai buon viaggio e buona missione. Quasi costretto dai miei auguri anche lui volle dirmi qualcosa di augurale. Mi ricordò che l'ordinazione sarebbe stata soltanto una tappa nella storia della mia vita e della mia vocazione. Mi ripeté con tono asciutto e senza retorica la sua idea di futuro che altre volte mi aveva manifestato con qualche venatura di poesia e di commozione: “non smettere mai di sognare e di realizzare il sogno di Dio su di te”. Non aspettò che io gli dicessi qualcosa, una parola, una reazione, un impegno... Mi salutò abbracciandomi. Lo stesso fece con gli altri che erano venuti ad accompagnarlo e si avviò verso l'uscita di imbarco lentamente e rilassato, come per un viaggio breve di routine. Non si voltò per il rituale saluto prima di sparire oltre il banco di controllo.
Quel saluto e quell'andarsene sono diventati il legame e la presenza di P. Spoto nella mia vita, suggellati tragicamente, cinque mesi dopo, dal martirio di Biringi.
Caro P. Bertolone, questo è il P. Spoto vero del quale avrei voluto dire con l'abbondanza ingenua e spontanea del cuore, ma del quale ho osato miseramente scrivere. È il P. Spoto che mi è rimasto negli occhi e nella vita. Non mi è mai successo di pensarlo e di viverlo neppure per un attimo più vero di così.
La sua “grande” umanità? Quella d'essersi sentito piccolo agli occhi di Dio, fragile, mite e fraterno agli occhi degli uomini.
La sua “grande” santità? Quella del “monaco” che ha camminato nei sentieri della storia. Che ha pregato, lavorato, contemplato. Che ha portato la sua croce e quella di qualche disperato, che ha ascoltato ed asciugato lacrime, che si è ostinato a sognare.
Il martirio non lo aveva sognato. Lo aveva accettato nella consapevolezza umile del quotidiano patire quando, titubante ma generoso, prese sulle spalle il governo della Congregazione. Biringi rese cruento nella sua carne quel martirio incruento ma non meno trafiggente. Né in Italia, né a Biringi rifiutò il calice che Dio gli propose. La sua tenace e paziente sete di verità e di giustizia rese il suo calice amaro fino allo spasimo dell'abbandono e della solitudine. Quel martirio, lungi dall'essere solo un tragico evento luttuoso può diventare, invece, “il sangue del giusto sopra di noi e sopra i nostri figli” (Mt 27,25). Liberatorio di verità e di giustizia, nuova forza capace di scuotere le fondamenta anche di una istituzione.
Caro P. Bertolone, la mia lettera è finita. Probabilmente non era questo che volevi quando mi hai chiesto un articolo “su” P. Spoto. Se volevi un articolo, ti ho deluso. Se hai sopportato questo “racconto” pensieri sparsi, rigurgiti gioiosi e dolorosi di memoria, riflessioni “abusive” e pensi che ad altri potrà essere non sgradito, fanne l'uso che vuoi. P. Spoto ha già perdonato la mia improntitudine. Spero che anche i suoi amici lo facciano.
Mi hanno tradito l'affetto e le passioni, i sogni e gli ideali che con lui ho condiviso. Affetti, passioni, sogni e ideali che mi legano ancora, senza soluzione di continuità, alla storia, alla terra e all’umile grande miracolo del Cusmano.

Con grande cordialità

Padre Giovanni Avena
 

 

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