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Prima di ogni altra cosa ci lascia la grande
umanità e l'altrettanto grande santità. Ma
qual è il segreto della sua "grande"
umanità? Semplicemente quello d'essersi
sentito piccolo agli occhi di Dio, fragile,
mite e fraterno agli occhi degli uomini.
E in che cosa consisteva la sua "grande"
santità? Era quella del "monaco" che ha
camminato nei sentieri della storia. Che ha
pregato, lavorato, contemplato. Che ha
portato la sua croce e quella di qualche
disperato; che ha ascoltato ed asciugato
lacrime; che si è ostinato a sognare.
Il martirio, però, non lo aveva sognato. Lo
aveva accettato nella consapevolezza umile
del quotidiano patire quando, titubante ma
generoso, prese sulle spalle il governo
della Congregazione. Biringi rese cruento
nella sua carne quel martirio incruento, ma
non meno trafiggente. Né in Italia, né a
Biringi rifiutò il calice che Dio gli
propose. Quel martirio, lungi dall'essere
solo un tragico evento, luttuoso, diventò,
invece, "il sangue del giusto sopra di noi e
sopra i nostri figli. (Mt 27,25).
Liberatorio di verità e di giustizia, nuova
forza capace di scuotere le fondamenta anche
di una istituzione".
Cristo Gesù che gli aveva concesso l'alto
privilegio di morire per dare testimonianza
e di indossare - a segno del martirio - la
"camicetta rossa di sangue" che il Fondatore
della Congregazione, il Beato Giacomo
Cusmano, avrebbe tanto desiderato indossare,
conceda a noi di essere fieri, ma
soprattutto degni di un tale confratello.
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